SOLIDARIETA' CONCRETA

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mercoledì 1 aprile 2015

Io sono stupido e cattivo di Slavoj Žižek


da Internazionale n. 1090 20.02.15

La formula di identificazione patetica “Io sono ...” o “Siamo tutti ...” funziona solo entro certi limiti, oltre i quali diventa oscena. Sì, possiamo proclamare “Io sono Charlie” o “Siamo tutti Charlie”, ma le cose iniziano a complicarsi con esempi come “Viviamo tutti a Sarajevo!” (nei primi anni Novanta quando Sarajevo era sotto assedio), oppure “Siamo tutti a Gaza!” (quando Gaza era bombardata dall’esercito israeliano): la realtà del fatto che non siamo tutti a Sarajevo o a Gaza è troppo forte per essere mascherata da una identificazione verbale. Questa identificazione diventa assurda nel caso dei “musulmani” (Muselmannen, i morti viventi di Auschwitz-Birkenau): è impossibile dire “Siamo tutti musulmani!” semplicemente perché ad Auschwitz-Birkenau la disumanizzazione delle vittime si è spinta fino al punto che identificarsi con loro in qualunque modo significativo non è possibile. I “musulmani” erano per l’appunto esclusi dallo spazio simbolico dell’identificazione di gruppo, ed è per questo che sarebbe stato assolutamente osceno proclamare “Siamo tutti Muselmannen!”: possiamo dirlo, ma chi è escluso dalla categoria di soggetti così identificati sono proprio i “musulmani”, vale a dire quelli con cui vogliamo identificarci (all’estremo opposto, sarebbe anche ridicolo affermare la nostra solidarietà con le vittime dell’11 settembre dichiarando ”Siamo tutti newyorkesi”: milioni di persone nel terzo mondo direbbero con enfasi “Ci piacerebbe moltissimo essere newyorkesi, dateci un visto! “).

Lo stesso vale per la strage di Charlie Hebdo: possiamo tutti identificarci facilmente con Charlie, ma troveremmo molto più difficile, addirittura imbarazzante, gridare pateticamente “Siamo tutti di Baga!”, manca semplicemente una base per l’identificazione(per coloro chi non lo sapesse: Baga è una cittadina nel nordest della Nigeria di cui Boko haram ha ucciso tutti i duemila abitanti, un fatto che sarebbe piuttosto difficile “capire” come una forma di difesa dal colonialismo imperialista). Il nome Boko haram può essere approssimativamente tradotto come “l’istruzione occidentale è proibita”,  in particolare l'istruzione delle donne. Come spiegare allora il fatto bizzarro di un grande movimento sociopolitico il cui primo punto programmatico è la regolamentazione gerarchica dei rapporti tra i due sessi? L’interrogativo, insomma, è: perché i musulmani, che indubbiamente sono stati esposti a sfruttamento, dominio e altri aspetti distruttivi e umilianti del colonialismo, prendono di mira nella loro risposta quella che è (almeno per noi) la parte migliore del retaggio occidentale, il nostro egualitarismo e le nostre libertà personali, compresa la libertà di deridere tutte le autorità? La risposta più ovvia sarebbe che hanno scelto bene il loro bersaglio: ciò che rende l'occidente democratico così intollerabile non è solo che pratica lo sfruttamento e il dominio violento, ma che, aggiungendo al danno la beffa, presenta questa realtà brutale con la maschera del suo contrario, della libertà, dell'uguaglianza e della democrazia.

Torniamo allo spettacolo dell’11 gennaio 2015, con i leader politici di tutto il mondo che si tengono per mano in segno di solidarietà con le vittime del massacro di Parigi, da Cameron a Lavrov, da Netanyahu ad Abbas: se mai c’è stata un'immagine di ipocrita falsità, è questa. Quando la processione di Parigi è passata sotto la sua finestra, un cittadino anonimo ha diffuso l'Inno alla gioia di Beethoven, l'inno non ufficiale dell'Unione europea, aggiungendo un tocco di kitsch politico al disgustoso spettacolo messo in scena proprio dai leader che più di tutti sono responsabili del caos in cui ci troviamo. Che dire dell’oscenità del ministro degli Esteri russo Lavrov, accanto a quei dignitari che protestavano per l’uccisione di alcuni giornalisti? Se volesse partecipare a una protesta simile a Mosca (dove sono stati assassinati decine di giornalisti) verrebbe immediatamente arrestato! Che dire dell’oscenità di Netanyahu che si fa largo in prima fila, quando in Israele è proibito perfino citare pubblicamente la nakba (la catastrofe del 1948 per i palestinesi)? Dov’è la tolleranza per il dolore  e la sofferenza dell’altro? E lo spettacolo era letteralmente una messa in scena: nelle immagini diffuse dai mezzi d’informazione sembrava che la fila dei capi di stato e di governo fosse alla testa di una grande folla che percorreva un viale, in segno di solidarietà e unità con il popolo. Solo che l’evento era stato allestito per i fotografi: una foto di tutta la scena dall'alto mostra chiaramente che dietro i politici c'erano solo un centinaio di persone e molti spazi vuoti pattugliati dalla polizia. Di fatto, Charlie Hebdo avrebbe dovuto pubblicare in copertina una grande caricatura per prendere in giro senza ritegno questo evento, con disegni di Netanyahu e Abbas, Lavrov e Cameron e altre coppie che si baciano e si abbracciano calorosamente affilando i coltelli dietro la schiena.

Anche se sono fermamente ateo, credo che questa oscenità sia stata troppo anche per dio, che si è sentito costretto ad intervenire con un’oscenità degna dello spirito di Charlie Hebdo: mentre François Hollande abbracciava Patrick Pelloux, medico e giornalista del settimanale, un uccello ha defecato sulla spalla sinistra del presidente francese con lo staff della rivista che ha dovuto cercare di nascondere le risate. Una risposta veramente divina dalla realtà a quel disgustoso rituale. Ricorda il motivo cristiano della colomba che scende a consegnare un messaggio divino. E poi, in certi paesi, una colomba che ti fa la cacca in testa è un segno di buona fortuna.

Ma c’è un altro elemento dei recenti avvenimenti francesi che è sembrato passare quasi inosservato: non c’erano solo adesivi e manifesti con la scritta “Je suis Charlie”, ma anche adesivi e manifesti con  “Je suis flic”. L'unità di tutta la nazione celebrata in grandi manifestazioni pubbliche non era solo l'unità del popolo che abbracciava tutti i gruppi etnici, le classi e le religioni, ma anche (e forse soprattutto) l'unificazione del paese con le forze dell'ordine e del controllo. La Francia è uno dei pochi paesi occidentali dove i poliziotti sono spesso protagonisti di barzellette irriverenti in cui appaiono stupidi e corrotti (come era prassi comune nei paesi ex comunisti). Quel giorno, sulla scia dell’attentato a Charlie Hebdo, la polizia è stata applaudita e lodata, abbracciata come una madre protettrice, e non solo la polizia ma anche le forze speciali (Crs, che nel 1968 erano state rbattezzate “Crs Ss”), i servizi segreti, l'intero apparato della sicurezza statale. Non c'è posto per Snowden o Manning in questo nuovo universo. O, come ha scritto Jacques-Alain Miller: “Il rancore contro la polizia non è più quello di prima, tranne che per i giovani poveri di origine araba o africana. Una cosa indubbiamente mai vista nella storia francese”. Quella che di tanto in tanto si vede nel mondo e in Francia è, in rari momenti privilegiati, l’entusiastica “osmosi di una popolazione con l’esercito nazionale che la protegge dalle aggressioni esterne. Ma in questo caso stiamo parlando dell’affetto di una popolazione per le forze della repressione interna”. In breve, la minaccia terroristica è riuscita ad ottenere l'impossibile: riconciliare la generazione dei rivoluzionari del '68 con il loro peggior nemico, la polizia. E’ una sorta di versione francese del Patriot Act approvato per acclamazione popolare, con la gente che si offre volontariamente all’oppressione.

È evidente che i momenti estatici delle manifestazioni parigine hanno dato corpo a un trionfo dell'ideologia: hanno unito il popolo contro un nemico che con la sua fascinosa presenza cancella momentaneamente ogni antagonismo. All’opinione pubblica è stata offerta una scelta triste e deprimente: o sei (parte dello stesso organismo di ) un flic o sei (solidale con) un terrorista. Ma come s’inserisce in questa alternativa l'umorismo irriverente di Charlie Hebdo? Per rispondere alla domanda è essenziale avere presente la relazione reciproca tra i dieci comandamenti e i diritti umani come moderna antitesi, che l’esperienza della nostra società democratica e permissiva dimostra ampiamente. I diritti umani in ultima analisi sono semplicemente il diritto di violare i dieci comandamenti. Il “diritto alla privacy” è il diritto all’adulterio, commesso in segreto, quando nessuno ci vede o ha il diritto di indagare nella nostra vita. Il “diritto alla ricerca della felicità e al possesso della proprietà privata” è il diritto di rubare, di sfruttare gli altri. La “libertà di stampa e di espressione” è il diritto di mentire, calunniare e umiliare. Il “diritto dei liberi cittadini di possedere armi” è il diritto di uccidere. E soprattutto il “diritto di credo religioso” è il diritto di venerare falsi dèi. Naturalmente i diritti umani non condonano automaticamente la violazione dei comandamenti, si limitano a tenere aperta una zona grigia marginale che dovrebbe rimanere fuori dalla portata del potere, laico o religioso: in questa zona oscura posso violare i comandamenti, e se il potere indaga e mi sorprende con i pantaloni calati e cerca d’impedire le mie violazioni posso gridare: “È un attacco ai miei diritti fondamentali!”. Il fatto è che per il potere è strutturalmente impossibile tracciare una linea di demarcazione netta e impedire l’abuso di un diritto umano senza limitarne allo stesso tempo l’uso corretto, cioè l’uso che non viola i comandamenti.

È in questa zona grigia che rientra umorismo di Charlie Hebdo. Il settimanale nacque nel 1970 come successore di Hara-Kiri, una rivista messa al bando perché aveva scherzato sulla morte del generale de Gaulle. Quando un lettore accusò Hara-Kiri di essere bête et méchant (stupido e cattivo) la frase fu scelta come slogan ufficiale della rivista ed entrò nella vita quotidiana. È questa la zona grigia di Charlie Hebdo: non una satira benevola ma, letteralmente, stupida e cattiva. Sarebbe stato molto più appropriato per le migliaia di manifestanti dichiarare “Je suis bête et méchant” invece del piatto “Je suis Charlie”. Le manifestazioni parigine di solidarietà sono state effettivamente bêtes et méchants.

Anche se in certe situazioni può apparire rigenerante, l’atteggiamento bête et méchant di Charlie Hebdo è chiaramente limitato dal fatto che la risata di per sé non è liberatoria, ma profondamente ambigua. Il contrasto tra i solenni e aristocratici spartani e gli allegri e democratici ateniesi fa parte della nostra comune visione dell’antica Grecia. Questa visione popolare, tuttavia, non coglie il fatto che gli Spartani, molto orgogliosi della loro severità, mettevano il riso al centro della loro ideologia e della loro prassi perché lo consideravano un potere che aiuta ad accrescere la gloria dello stato (gli ateniesi, al contrario, limitavano legalmente questa risata sguaiata ed eccessiva come una minaccia allo spirito di un rispettoso dialogo democratico in cui non dovrebbe essere permessa nessuna umiliazione dell’avversario). Il tipo di risata degli spartani - l’irrisione di un nemico o di uno schiavo umiliato, per schernire i suoi timori e la sua sofferenza da una posizione di potere - sopravvive ancora oggi: la troviamo, tra l’altro, nei discorsi di Stalin quando si beffa del panico e della confusione dei "traditori", nel torturatore che schernisce i deliri confusi delle sue vittime più morte che vive e nelle belle maniere del gentiluomo che si fa gioco dei goffi tentativi dei suoi servi di imitarlo. Il problema dell'umorismo di Charlie Hebdo non era che esagerava con l’irriverenza, ma che era un eccesso innocuo che si adattava perfettamente al cinico funzionamento egemonico dell'ideologia nelle nostre società. Non rappresentava in alcun modo una minaccia per i potenti, rendeva semplicemente più tollerabile il loro esercizio del potere.
Su questo sfondo si dovrebbe affrontare il tema delicato degli stili di vita. Mentre nelle società laiche e democratiche dell'occidente il potere statale protegge la libertà pubblica e interviene nello spazio privato (per esempio quando sospetta abusi sull'infanzia), queste intrusioni nello spazio domestico, la violazione della sfera privata, non sono ammesse dalla legge islamica, anche se la conformità del comportamento pubblico può essere molto più rigorosa: per la comunità, quello che importa è la prassi sociale del soggetto musulmano - comprese le dichiarazioni verbali - non i suoi pensieri interiori, quali che possano essere. Anche se il Corano dice "chi vuole creda, e chi non vuole respinga la fede", questo diritto a pensare qualunque cosa si desideri non comprende il diritto di esprimere le proprie convinzioni religiose o morali pubblicamente con l'intenzione di convertire la gente a un falso impegno. Per questo i musulmani ritengono impossibile rimanere in silenzio davanti alla blasfemia: la loro reazione è così appassionata perché, per loro, la blasfemia non è né libertà di espressione né la sfida di una nuova verità, ma qualcosa che cerca di distruggere una relazione viva. Dal punto di vista dell'occidente c'è ovviamente un problema con entrambi i termini di questo né/né: e se la libertà di espressione dovesse includere comportamenti che possono distruggere una relazione viva? E se anche una nuova verità potesse avere lo stesso effetto distruttivo? L'universo scientifico non tende forse a questo? E se una nuova consapevolezza etica fa apparire ingiusta la vecchia relazione viva? E se anche una nuova verità potesse avere lo stesso effetto distruttivo? L’universo scientifico non tende forse a questo? E se una nuova consapevolezza etica fa apparire ingiusta la vecchia relazione viva?

Se per i musulmani non solo è impossibile rimanere in silenzio davanti alla blasfemia, ma anche rimanere inattivi - e questa urgenza di fare qualcosa può comportare gesti violenti e omicidi - allora la prima cosa da fare è collocare questo atteggiamento nel suo contesto contemporaneo. Non vale esattamente lo stesso per il movimento antiabortista cristiano? Anche per loro è impossibile rimanere in silenzio davanti a centinaia di migliaia di feti uccisi ogni anno, una strage che paragonano all'olocausto. È qui che comincia la vera tolleranza, la tolleranza di quello che sentiamo impossibile da sopportare (l'impossible-à-supporter, come lo chiama Lacan). E a questo livello il politicamente corretto della sinistra si avvicina al fondamentalismo religioso, con un elenco di cose davanti alle quali è impossibile rimanere in silenzio, come sessismo, razzismo e altre forme di intolleranza. Cosa succederebbe, poniamo, se un giornale scherzasse apertamente sull'olocausto? È facile deridere le norme con cui i musulmani regolano i dettagli della vita quotidiana (una caratteristica, sia detto per inciso, che condividono con il giudaismo), ma che dire dell’elenco politically correct dei tentativi di seduzione che possono essere considerati molestie o delle storielle che sono ritenute razziste o sessiste? Quella che andrebbe sottolineata qui è la contraddizione intrinseca alla posizione della sinistra: la posizione libertaria dell'ironia e dello sberleffo universale, la derisione di tutte le autorità, spirituali e politiche (la posizione incarnata da Charlie Hebdo), tende a scivolare nel suo contrario, un'accentuata sensibilità per il dolore e l'umiliazione dell'altro.

È a causa di questa contraddizione che gran parte della sinistra ha reagito alla strage di Parigi seguendo uno schema prevedibile e deplorevole: anche se sospettavano giustamente che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato nello spettacolo della solidarietà unanime con le vittime, la loro distanza critica ha preso una piega totalmente distorta nel momento in cui sono riusciti a condannare il massacro solo dopo lunghe e noiose precisazioni del tipo "anche noi siamo colpevoli". Questo timore che, condannando apertamente la strage, s'incoraggi in qualche modo il pericolo dell'islamofobia è assolutamente sbagliato sul piano politico ed etico. Non c'è nulla di islamofobico nel condannare risolutamente l'attentato di Parigi, così come non c'è nulla di antisemitico nel condannare con fermezza la politica di Israele nei confronti dei palestinesi. Nel momento in cui si cerca un qualche equilibrio arriva il fallimento politico.

Quanto all'idea che dovremmo contestualizzare e "capire" l'attentato di Parigi, anche questo è del tutto fuorviante. Se mai c'è stata una stupidità assoluta mascherata da profonda saggezza, è il detto: "Un nemico è qualcuno di cui non hai sentito la storia". Il migliore esempio letterario di questa tesi è Frankenstein di Mary Shelley. Shelley fa una cosa che un conservatore non avrebbe mai fatto. Nella parte centrale del romanzo permette al mostro di parlare per se stesso, di raccontare la storia dal suo punto di vista. Questa scelta esprime l'atteggiamento democratico nei confronti della libertà di espressione nella sua versione più radicale: bisognerebbe sentire il punto di vista di tutti. In Frankenstein il mostro non è una cosa, un oggetto orribile che nessuno osa affrontare: è pienamente soggettivizzato. Mary Shelley si muove nella sua testa e si chiede cosa significhi essere etichettato, bollato, oppresso, scomunicato, perfino fisicamente distorto dalla società. Il criminale assoluto può così presentarsi come la vittima assoluta. L'assassino assoluto si rivela un essere profondamente ferito e disperato, che desidera ardentemente compagnia e amore.

Ma questo metodo ha un limite evidente: siamo anche disposti ad affermare che Hitler è un nemico solo perché la sua storia non è stata ascoltata? Per me è vero il contrario, più conosco e capisco Hitler, più è mio nemico. Perché capire il male non significa perdonarlo, significa analizzare come funziona e perché: in questo modo il male non è affatto relativizzato o ammorbidito. Questo significa anche che, affrontando il conflitto israelopalestinese, bisognerebbe attenersi a criteri freddi e spietati, sospendendo l'impulso a cercare di capire la situazione: bisognerebbe resistere incondizionatamente alla tentazione di capire l'antisemitismo arabo come una reazione "naturale" alla triste sorte dei palestinesi, o di capire le misure israeliane come una reazione "naturale" sullo sfondo della memoria dell'olocausto. Non dovrebbe esserci comprensione per il fatto che in molti se non quasi tutti i paesi arabi Hitler è ancora considerato un eroe e i sussidiari riprendono tutti i tradizionali miti antisemitici, dai famigerati e falsi protocolli dei savi di Sion agli ebrei accusati di usare il sangue dei bambini cristiani (o arabi) a scopi sacrificali. Sostenere che questo antisemitismo esprime con una dislocazione la resistenza al capitalismo non lo giustifica in nessun modo (lo stesso vale per l'antisemitismo nazista, che a sua volta traeva energia dalla resistenza anticapitalista): la dislocazione qui non è un'operazione secondaria, ma il gesto fondamentale di una mistificazione ideologica. Quello che questa tesi implica davvero è l'idea che, a lungo termine, l'unico modo per combattere l'antisemitismo non è predicare la tolleranza democratica, ma dare voce in modo diretto alle motivazioni anticapitalistiche che la sostengono.

Il punto centrale è quindi proprio non interpretare o giudicare singoli atti collocandoli in un contesto più ampio, ma estrapolarli dal loro tessuto storico: le azioni dell'esercito israeliano in Cisgiordania non devono essere giudicate sullo sfondo dell'olocausto, e il fatto che molti arabi esaltino Hitler o che in Europa le sinagoghe siano profanate non deve essere giudicato come una reazione sbagliata ma comprensibile a quello che gli israeliani stanno facendo in Cisgiordania. Quando qualunque protesta contro le attività dell'esercito israeliano in Cisgiordania viene condannata come un'espressione di antisemitismo e - almeno implicitamente-equiparata a una difesa dell'olocausto, quando l'ombra dell'olocausto è costantemente evocata per neutralizzare qualunque critica alle operazioni militari e politiche d'Israele, non basta insistere sulla differenza tra l'antisemitismo e la critica di particolari misure dello stato d'Israele: bisognerebbe fare un passo avanti e sostenere che è lo stato di Israele, in questo caso, a profanare la memoria delle vittime dell'olocausto, manipolandole spietatamente e strumentalizzandole per legittimare le sue attuali politiche. Questo significa che bisognerebbe respingere seccamente l'idea stessa di un rapporto logico o politico tra l'olocausto e le attuali tensioni israelopalestinesi. Si tratta di due fenomeni totalmente diversi: il primo appartiene alla storia europea di resistenza conservatrice alle dinamiche della modernizzazione, mentre il secondo è uno degli ultimi capitoli nella storia della colonizzazione. D'altra parte, i palestinesi hanno davanti a sé il difficile compito di accettare che il loro vero nemico non sono gli ebrei, ma gli stessi regimi arabi che manipolano la sorte del po-polo palestinese proprio per impedire la loro radicalizzazione politica fuori da Israele.

Un'aggravante dell'odierna situazione in Europa è la crescita dell'antisemitismo: per esempio a Malmo, in Svezia, la minoranza musulmana aggressiva molesta gli ebrei al punto che hanno paura di camminare per strada nei loro abiti tradizionali. Questi fenomeni dovrebbero essere apertamente e univocamente condannati: la lotta contro l'antisemitismo e la lotta contro l'islamofobia dovrebbero essere considerate due aspetti della stessa lotta. Ben lontana dal rappresentare una posizione utopistica, questa necessità di una lotta comune si basa sulla constatazione che la sofferenza estrema ha conseguenze di vastissima portata. Mi viene in mente un passaggio di Vivere ancora, le memorie di Ruth Kluger sulla esperienza di Auschwitz-Birkenau. Durante una visita in Israele con un amico, la scrittrice incontra un sopravvissuto all'olocausto che parla dei palestinesi della Cisgiordania in termini apertamente razzisti definendoli ladri, pigri e terroristi che vanno cacciati via da quella terra. Il suo amico è sconvolto da tanta furia e le dice che non riesce a capire come una persona che ha vissuto Auschwitz-Birkenau e ne conosce tutte le sofferenze possa parlare in quel modo. Ma Ruth gli risponde che l'orrore estremo di Auschwitz-Birkenau non lo ha reso un luogo capace di purificare le vittime e trasformarle in superstiti eticamente sensibili privi di ogni meschino interesse egoistico. Al contrario, parte dell'orrore di Auschwitz-Birkenau è che ha disumanizzato anche molte delle sue vittime, facendone esseri brutalmente insensibili che non sono più in grado di esercitare l'arte del giudizio etico equilibrato.

La lezione da trarre è che dobbiamo abbandonare l'idea di trovare qualcosa di emancipatore nelle esperienze estreme, come se potessero insegnarci a fare chiarezza e aprire i nostri occhi alla verità ultima di una situazione. Questa, forse, è la lezione più triste del terrore. 

lunedì 23 marzo 2015

Maggio 2015 La montagna di libri contro il Tav va a Bologna dalla sua amica Carmilla

e chissà cosa si racconteranno.....



16 e 17 maggio Bologna al Vag 61

Carmilla e La Montagna di Libri contro il Tav insieme 
per discutere di libri, ambiente, popoli e persone
con tutti gli amici che vorranno esserci

A breve il programma di Bologna, senza dimenticare che La Montagna di libri contro il Tav sarà presente con "assaggini letterari" anche durante il Critical Wine dell'8-9-10 maggio a Bussoleno.

Le iniziative proseguiranno poi a giugno in Valle, ma non vogliamo dirvi tutto subito....


martedì 17 marzo 2015

16 marzo 2014

Ieri, nel giorno in cui si è riaperto il processo ad Erri De Luca, peraltro già rinviato al 20 maggio,

anche qualche arresto per motivi un po' più concreti:

http://www.notav.info/post/arrestato-incalza-cade-un-pezzo-del-sistema-tav/



lunedì 16 marzo 2015

IL SALE DELLA TERRA uno dei film più straordinari di questa stagione

Regia di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado. Produzione Brasile, Italia, Francia, 2014. 
Da cinque mesi in programmazione a Torino. Visto a fine febbraio a Condove.


Magnificamente ispirato dalla potenza lirica della fotografia di Sebastião Salgado, Il sale della terra è un documentario monumentale, che traccia l'itinerario artistico e umano del fotografo brasiliano. Co-diretto da Wim Wenders (fotografo egli stesso) e Juliano Ribeiro Salgado, figlio dell'artista (che l'ha accompagnato nei suoi ultimi viaggi) Il sale della terra è un'esperienza estetica esemplare e potente, un'opera sullo splendore del mondo e sull'irragionevolezza umana che rischia di spegnerlo. Alternando la storia personale di Salgado con le riflessioni sul suo mestiere di fotografo, il documentario ha un respiro malickiano, intimo e cosmico insieme, è un oggetto fuori formato, una preghiera che dialoga con la carne, la natura e Dio. (www.mymovies.com)
Da quarant’anni Salgado attraversa i continenti sulle tracce di un’umanità in pieno cambiamento e di un pianeta che a questo cambiamento resiste. Dopo aver testimoniato alcuni tra i fatti più sconvolgenti della nostra storia contemporanea – conflitti internazionali, carestie, migrazioni di massa – si lancia adesso alla scoperta di territori inesplorati e grandiosi, per incontrare la fauna e la flora selvagge in un grande progetto fotografico, omaggio alla bellezza del pianeta che abitiamo. 


«Una foto non parla solo di chi è ritratto, ma anche di ritrae»

Due recensioni interessanti ai link:

http://it.ibtimes.com/articles/71730/20141022/il-sale-della-terra-film-recensione-wim-wenders-sebastiao-salgado-nuovo-festival-di-roma.htm#ixzz3UJLzNHlm
http://www.ondacinema.it/film/recensione/sale_della_terra.html

venerdì 13 marzo 2015

14 marzo 2014: due appuntamenti a Bussoleno

 ore 16.30 al Teatro Don Bunino



ore 18.00 Libreria La Città del Sole, presentazione del libro di Franco Puglisi con l'autore




Franco Puglisi getta di nuovo il suo sguardo tragicomico tra le mura domestiche e urbane regalandoci un libro di racconti che, a fronte di trame insolite, si caratterizza per la sua profondità analitica e per la capacità di far interagire e collidere punti di vista anche molto lontani tra loro. Scritto con un linguaggio fluido e ricco di dialoghi, "L'occhio della talpa", è un ritratto coerente ed inquietante della società contemporanea che, grazie a una spiccata ironia, riesce spesso anche a strappare un sorriso al lettore. 


venerdì 26 dicembre 2014

QUI di Daniele Gaglianone - Salone Don Bunino Bussoleno domenica 28 dicembre 2014 ore 17.00

Dopo le proiezioni al TFF, ad Avigliana, Venaus e Condove,  Daniele Gaglianone e QUI arrivano a Bussoleno domenica 28 dicembre alle ore 17 al Salone Don Bunino.




Di seguito alcuni commenti e recensioni, volutamente e decisamente "di parte".

da http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/28/qui-di-daniele-gaglianone-la-sera-della-prima-tra-lacrime-e-lacrimogeni/1236541/


Io ho cinquantacinque anni. Sono trent’anni che ho fatto del cinema il mio lavoro principale. Ho prodotto cento film, tra lungometraggi e cortometraggi. Miei film sono andati in tantissimi festival nel mondo. Mi sono emozionato, quando era tempo di emozionarsi. Negli anni l’emozione ha ceduto il passo ad altro. Ho riscosso successi, quasi sempre gratificanti, solo qualche volta appaganti. Ogni tanto qualche fischio. Ho pagato duramente sulla mia pelle errori commessi e anche alcuni non commessi. Mi porto addosso tante cicatrici e qualche ferita ancora aperta. Sono ossessionato dall’idea che questo lavoro mi abbia fatto diventare brutto, disonesto e scorretto, mancando di rispetto a molte persone, magari solo non dando una risposta. Le domande sul senso, sul perché, sul per chi spesso ormai non hanno una risposta chiara. Eppure continuo, vado avanti, con lo stesso entusiasmo di trent’anni fa. E’ il lavoro che volevo fare da bambino, l’ho scelto io, anche di farlo così. Ma non sempre è facile, non sempre basta ripetersi tutto ciò.


Poi un giorno arriva l’ennesima prima proiezione ad un Festival, quello di Torino, del centesimo film prodotto: Qui di Daniele Gaglianone. La sala è piena. Molta gente rimane fuori, non riesce ad entrare. Fa caldo. Si respira la tensione. Il tema NoTav è scottante, molto più qui a Torino che altrove. Vagando per le strade della città ci si imbatte spesso in scritte sui muri e manifesti che inneggiano alla lotta. La politica, anzi no, i partiti di questa città invece hanno le idee ben chiare: la lotta è sbagliata. E forse allora non è un caso che a qualche decina di chilometri da qui ci sono centinaia e centinaia di persone indagate solo perché vogliono salvaguardare il proprio futuro, lottando contro un presente minaccioso perché bugiardo, fazioso, irrispettoso, ingiusto. Profondamente ingiusto. In carcere ci sono quattro ragazzi accusati di terrorismo che rischiano una detenzione di dieci anni per aver danneggiato un compressore. E noi vogliamo cercare di far conoscere a più persone possibili le ragioni dei cittadini della Val di Susa attraverso questo film. Non è facile, in un paese dove si tende a dimenticare che “loro” in fondo siamo anche “noi”, in questo come in tanti altri casi.
Parte la proiezione. L’aria è diventata quasi irrespirabile. Io sudo. Il film l’ho già visto. Ma è la prima volta che lo vedo sullo schermo grande in compagnia di centinaia di altre persone. Mentre scorrono le immagini, mentre va avanti la galleria di persone normali che raccontano, ci raccontano e si raccontano, che tutto hanno fuorché l’aspetto di terroristi o bombaroli, mi guardo intorno. Il pubblico è attento. Nessuno se ne va. Il film fa pensare. Fa incazzare. Fa sorridere. Io piango, come non mi accadeva da anni al cinema. Piango perché a me viene da piangere quando un padre ex carabiniere mi racconta di aver educato un bambino di nove anni al rispetto dei poliziotti e il bambino chiede incredulo a quel padre se siano stati veramente i poliziotti a devastargli la faccia in venti fratture con due lacrimogeni. Piango perché a me viene da piangere quando tre persone, con il sorriso sul viso e la dignità nelle parole pacate mi raccontano che la loro casa potrebbe essere cancellata, senza che chi la cancellerà abbia pensato di avvertirli. Piango perché a me viene da piangere quando vedo una signora che potrebbe essere mia zia che si è dovuta ammanettare ad un cancello solo per dire io ci sono, io esisto, io rimango qui.
Piango. Con le lacrime che scendono sul viso, senza vergogna nei confronti delle persone che ho accanto e che potrebbero vedermi.
Quando il film finisce e le luci si accendono, ho il viso ancora bagnato. Lo lascio così.
Guardo Daniele. Guardo Enrico. Guardo Domenico. Guardo Vito. Guardo Andrea. Guardo Francesca. Guardo Walter. Guardo Valentina. Guardo Camilla. Guardo Cristina. Guardo le persone che abbiamo raccontato, che ci hanno raccontato, che si sono raccontate. E’ anche nei loro volti che stavolta trovo il senso, il perché, il per chi.
Esco dalla sala quando inizia il dibattito. Riesco ad ascoltare prima di uscire il lucido commento di Luca Rastello. Poi a testa bassa me ne vado. A medicare qualche mia ferita.
Alla fine, a me come regista di questo film, non è più questo che importa, il torto o la ragione. A me importa che alla fine di questo viaggio chi ha guardato questi volti e ascoltato queste voci comprenda che è possibile trovarsi nella loro condizione e fare le loro scelte, e che tutto questo, qui e ovunque, merita molto rispetto. E anche tanta gratitudine” (Daniele Gaglianone)
Una produzione low budget che invoca il diritto/dovere 
all'informazione e afferma l'importanza di tornare alla 
partecipazione politica
Raffaella Giancristofaro     * * * 1/2 -
Dieci abitanti della Val Susa offrono alla macchina da presa le loro storie, a vario titolo intrecciate con il movimento NO TAV, che si oppone alla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. Gabriella Tittonel fa parte del gruppo "Cattolici per la vita della valle", e nelle sue camminate controlla il cantiere di Chiomonte, sabota le recinzioni, prega e interagisce con le forze dell'ordine preposte a vigilare. Aurelio Loprevite, speaker di Radio Blackout di Torino, rivive gli scontri del 27 febbraio 2012 in cui Luca Abbà cadde dal traliccio su cui si era arrampicato e la popolazione ridusse in fuga la polizia. Nilo Durbiano rievoca il tesissimo momento del 2005 in cui Venaus era sotto assedio militare mentre lui ne era sindaco. Cinzia Dalle Pezze ricorda lo sgombero violento con gas cancerogeni della "libera Repubblica della Maddalena", il 27 giugno 2011. Alessandro Lupi, ex carabiniere colpito, da civile, da razzi lacrimogeni, confessa la sua difficoltà nello spiegare al figlio cosa sia la legalità. Guido Fissore, ex consigliere comunale di Villarfocchiardo, arrestato per i disordini dell'estate 2011 (accuse poi cadute), spiega i perché della sua "resistenza". Marisa Meyer racconta il gesto pacifico e beffardo di ammanettarsi alle griglie del cantiere di Chiomonte nell'aprile 2012. Luca Perino, il figlio Francesco e la moglie Paola Jacob rivelano come abbiano appreso che la loro abitazione sarebbe stata cancellata dal progetto dell'alta velocità. 
Che lo si chiami citizen journalism o documentario d'inchiesta alla Report, Qui ha il pregio di andare alla fonte delle storie che la cronaca dei quotidiani spesso non sa restituire. Grazie alla chiarezza d'intenti e di eloquio di tutti gli intervistati recupera il senso della dignità umana e del rispetto civile che solo la lotta comune (a maggior ragione se priva di un unico colore politico) può salvaguardare. Produzione low budget, senza altro obiettivo che quello di comprendere le ragioni del movimento NO TAV, i perché di un territorio che si è sollevato così ostinatamente, restituisce chiara e forte la richiesta dei cittadini di essere ascoltati, mentre i fatti dimostrano il contrario, ossia quello scollamento tra politica centrale e Paese reale all'ordine del giorno. 
Contro ogni generalizzazione il soggetto di Qui - scritto da Gaglianone con il giornalista e scrittore Giorgio Cattaneo - invoca il diritto/dovere all'informazione, al dialogo tra forze, al rispetto della legalità. Denuncia il paradosso di cittadini (le forze dell'ordine che presidiano la valle in assetto antisommossa) messi contro altri cittadini (dieci persone comuni - o forse dieci persone straordinarie, dipende dai punti di vista) da un potere politico che impone un'opera sul cui interesse pubblico è più che lecito dubitare. L'illegalità, insomma, assume un altro significato, se messa di fronte a un'illegalità più grande. Occupandosi di uno dei movimenti più violentemente repressi negli ultimi anni, Qui afferma l'importanza di tornare alla partecipazione politica: qualcosa che può dare frustrazione, ma anche un'inaspettata felicità.
di Raffaella Giancristofaro


Gaglianone, film: val Susa, la strana guerra contro tutti noi


Non possiamo non dirci NoTav? E’ la domanda che aleggia attorno all’indagine cinematografica che Daniele Gaglianone conduce in valle di Susa, tra la popolazione che da oltre vent’anni si oppone al progetto di una grande opera come la Torino-Lione, considerata devastante, costosissima e completamente inutile. In due ore, il regista de “I nostri anni”, “Ruggine” e “Rata Nece Biti” interroga l’umanità della “valle che resiste” – ieri al progetto Tav in quanto tale, oggi anche e soprattutto al sistema dipotere, percepito come oligarchico e repressivo, post-democratico, che vorrebbe imporre ad ogni costo i maxi-cantieri, ai quali ormai persino l’Ue e la Francia sembrano aver voltato le spalle. Nel documentario “Qui” (Torino Film Festival 2014), emergono le voci di un popolo, fatto di italiani che si sentono abbandonati e traditi dalle istituzioni politiche, dopo anni di vani appelli al dialogo, sempre respinti. In controluce, una tacita rivelazione: siamo ormai in tempo diguerra, e i primi a scoprirlo sono stati proprio loro, i NoTav della valle di Susa.
Travolti dal loro problema – il conflitto fisiologico tra grande opera e benessere del territorio – si sono comportati da cittadini democratici, appellandosi aidirittiprevisti dalla Costituzione. Tutto inutile: sono convinti che ilpoterenon abbia lasciato loro altra scelta che vedersela coi reparti della polizia antisommossa. La vertenza NoTav ha origini ormai lontane anni luce dall’attualità odierna, risale infatti a prima del Duemila. Nel documentario di Gaglianone, il primo grande scontro – quello del 2005 – è rievocato dal sindaco di Venaus, Nilo Durbiano, che fece suonare le campane a distesa per far accorrere la popolazione a sostegno degli inermi manifestanti, manganellati a freddo in piena notte. La rottura istituzionale è già perfettamente leggibile: Durbiano racconta di come, in quanto primo cittadino, fu convocato alle tre di notte alla Prefettura di Torino. Un colloquio gelido, evidentemente per sondare il sindaco alla vigilia del pestaggio destinato a sgomberare i NoTav dall’area di Venaus, dove allora doveva sorgere il cantiere della galleria preliminare esplorativa, oggi trasferito a Chiomonte.
Assenza di dialogo: come se fosse già in corso una sorta diguerra, non dichiarata, contro la popolazione. L’unico precedente, all’epoca, era stato il trauma del G8 di Genova, la Diaz e Bolzaneto, che stroncò il movimento no-global, di cui le multinazionali globaliste avevano paura. Subito dopo, l’infarto mondiale dell’11 Settembre e la “guerrainfinita” da esso originata: Afghanistan, Iraq, Gaza, Libia, Siria, Ucraina. E poi ancora Iraq, seguendo le eroiche imprese dell’Isis guidato dal “califfo” Al-Baghdadi. Un avventuriero che, secondo varie fonti – ultimo, il massone Gioele Magaldi col suo libro sulle super-logge delpotereocculto – fu liberato proprio perché mettesse in piedi l’armata jihadista. Quanto è lontana la valle di Susa dalle “armi chimiche” siriane e dalla manipolazione dello spread per imporre Monti a Palazzo Chigi? Molto meno di quanto si pensi, stando ai resoconti disarmati degli interlocutori di Gaglianone, praticamente smarriti di fronte alla dissoluzione di ogni solido punto di riferimento: la solitudine siderale del cittadino trova parziale conforto solo nellademocraziaspontanea che la stessa cittadinanza alimenta, sotto forma di movimento civile.
Servono risposte, e non arrivano mai. Così, dopo un po’ ci si arrende all’evidenza. Magari pregando, come fanno gli attivisti cattolici, il gruppo di Gabriella Tittonel che accompagna la troupe lungo i reticolati di Chiomonte, filo spinato di fabbricazione israeliana. O cercando di dialogare coi reparti antisommossa, come fa l’infermiera Cinzia Dalle Pezze, esasperata dall’abuso di lacrimogeni e gas tossici. Il documentario propone la voce di antagonisti come Aurelio Loprevite di “Radio Blackout”, in diretta telefonica con Luca Abbà quando l’attivista precipitò dal traliccio sul quale si era arrampicato per protesta, e militanti dal passato sorprendente come Alessandro Lupi, carabiniere in congedo e convinto NoTav, gravemente ferito al volto da un lacrimogeno. La telecamera raccoglie parole e silenzi di persone finite in carcere, pensionati decisi ad ammanettarsi alle recinzioni militarizzate, famiglie disposte a tutto per difendere la loro casa, minacciata dalla nuova arteria ferroviaria.
Sullo sfondo, i fantasmi di ogni realizzazione faraonica – devastazione ambientale,crisiidrogeologica, dissesto urbanistico, impatto insostenibile dei cantieri, rischi concreti per la salute e l’incolumità della popolazione – e in più, in questo caso, la sordità autistica ed esasperante dell’élite dipoteredi fronte alle più argomentate osservazioni tecniche, sciorinate dai migliori esperti dell’università italiana: la linea Tav Torino-Lione non è solo l’ennesimo attentato alle dissanguate finanze pubbliche del paese, non è solo l’ennesimo invito a nozze per l’imprenditorialità mafiosa, ma è anche e soprattutto uno spreco totalmente folle, visto che l’attuale linea ferroviaria internazionale che già attraversa la valle di Susa è praticamente deserta. Nonostante il recente e costoso ammodernamento del traforo del Fréjus, non esiste più traffico merci tra Italia e Francia: secondo l’osservatorio europeo per i trasporti alpini, affidato alla Svizzera, l’attuale linea valsusina italo-francese potrebbe tranquillamente incrementare del 900% il volume dei transiti. Perché allora incancrenire lo scontro sociale rincorrendo il miraggio di un super-treno miliardario da imporre a mano armata?
Perché non siamo più in tempo di pace, e da parecchi anni, sembrano suggerire i valsusini ascoltati da Gaglianone, i primi a constatare sulla loro pelle l’avvento del cambio d’epoca: loro erano già sulle barricate molto prima di Occupy Wall Street, prima degli “attentati” all’articolo 18, prima dellaguerradi Marchionne contro la Fiom. Erano in campo, i cittadini italiani della valle di Susa, ben prima della riforma Fornero, o delle recenti “rivelazioni” di Geithner sul “golpe dello spread”. La Merkel, Draghi, la “dittatura bancaria” dell’euro, la privatizzazione globale. E poi il Ttip, le torture inflitte alla Grecia, la teologia disonesta dell’austerity, la fine delwelfareeuropeo. Ormai il capolinea lo vedono tutti: l’abisso precario della disoccupazione, la sparizione del futuro. Loro, i valsusini, l’hanno avvistato in anticipo. Se c’è una parola che può riassumerli tutti, probabilmente questa parola è “democrazia”. Se ne avverte la dolorosa assenza, la nostalgia. «Se qualcuno mi parla ancora di Tav», scrisse Giorgio Bocca all’indomani dell’insurrezione popolare della valle del 2005, «tiro fuori il mio vecchio Thompson dal pozzo in cui l’avevo seppellito nel ‘45».
Vedeva lungo, il giornalista-partigiano. E oggi, la causa NoTav vanta autorevolissimi sostenitori, nel mondo culturale italiano: ormai le istanze democratiche della popolazione hanno trovato piena cittadinanza, nell’Italia tramortita dalla cosiddettacrisi. Malgrado il costante depistaggio dalla disinformazione “mainstream”, ognuno percepisce la minaccia concreta di un declino che pare inesorabile. Finalmente, con Gaglianone, protagonisti e testimoni della remota trincea valsusina ora affiorano in superficie, mostrando le loro voci e i loro volti, in una quotidianità che si sforza di restare ordinaria, benché terremotata dagli eventi. E’ un’umanità che si esprime con gesti semplici e rivela una natura mite, costretta a misurarsi con la violenza dell’imposizione, nel vuoto cosmico dellapolitica. Anni fa, espressioni come “destra” e “sinistra” avevano ancora maschere rappresentative. Puro teatro, ormai, come sperimentato nella valle alpina che unisce Torino alla Francia. Dove però la grande calamità collettiva ha cementato una comunità plurale, di italiani che resistono e sperano. E che, nel film di Gaglianone, parlano una lingua immediatamente riconoscibile e universale.
(Il film: “Qui”, di Daniele Gaglianone, Italia 2014, 120′, prodotto da Gianluca Arcopinto  e Domenico Procacci – produzione “Axelotil Film”, “Fandango”, in collaborazione con Babydoc Film – distribuito da “Pablo”).
Non possiamo non dirci NoTav? E’ la domanda che aleggia attorno all’indagine cinematografica che Daniele Gaglianone conduce in valle di Susa, tra la popolazione che da oltre vent’anni si oppone al progetto di una grande opera come la Torino-Lione, considerata devastante, costosissima e completamente inutile. In due ore, il regista de “I nostri anni”, “Ruggine” e “Rata Nece Biti” interroga l’umanità della “valle che resiste” – ieri al progetto Tav in quanto tale, oggi anche e soprattutto al sistema di potere, percepito come oligarchico e repressivo, post-democratico, che vorrebbe imporre ad ogni costo i maxi-cantieri, ai quali ormai persino l’Ue e la Francia sembrano aver voltato le spalle. Nel documentario “Qui” (Torino Film Festival 2014), emergono le voci di un popolo, fatto di italiani che si sentono abbandonati e traditi dalle istituzioni politiche, dopo anni di vani appelli al dialogo, sempre respinti. In controluce, una tacita rivelazione: siamo ormai in tempo di guerra, e i primi a scoprirlo sono stati proprio loro, i NoTav della valle di Susa.
Travolti dal loro problema – il conflitto fisiologico tra grande opera e benessere del territorio – si sono comportati da cittadini democratici, appellandosi ai diritti previsti dalla Costituzione. Tutto inutile: sono convinti che il potere non abbia lasciato loro NoTavaltra scelta che vedersela coi reparti della polizia antisommossa. La vertenza NoTav ha origini ormai lontane anni luce dall’attualità odierna, risale infatti a prima del Duemila. Nel documentario di Gaglianone, il primo grande scontro – quello del 2005 – è rievocato dal sindaco di Venaus, Nilo Durbiano, che fece suonare le campane a distesa per far accorrere la popolazione a sostegno degli inermi manifestanti, manganellati a freddo in piena notte. La rottura istituzionale è già perfettamente leggibile: Durbiano racconta di come, in quanto primo cittadino, fu convocato alle tre di notte alla Prefettura di Torino. Un colloquio gelido, evidentemente per sondare il sindaco alla vigilia del pestaggio destinato a sgomberare i NoTav dall’area di Venaus, dove allora doveva sorgere il cantiere della galleria preliminare esplorativa, oggi trasferito a Chiomonte.
Assenza di dialogo: come se fosse già in corso una sorta di guerra, non dichiarata, contro la popolazione. L’unico precedente, all’epoca, era stato il trauma del G8 di Genova, la Diaz e Bolzaneto, che stroncò il movimento no-global, di cui le multinazionali globaliste avevano paura. Subito dopo, l’infarto mondiale dell’11 Settembre e la “guerra infinita” da esso originata: Afghanistan, Iraq, Gaza, Libia, Siria, Ucraina. E poi ancora Iraq, seguendo le eroiche imprese dell’Isis guidato dal “califfo” Al-Baghdadi. Un avventuriero che, secondo varie fonti – ultimo, il massone Gioele Magaldi col suo libro sulle super-logge del potere occulto – fu liberato proprio perché mettesse in piedi l’armata jihadista. Quanto è lontana la valle di Susa dalle “armi chimiche” siriane e dalla manipolazione dello spread per imporre Monti a Palazzo Chigi? Molto meno di quanto si pensi, stando ai resoconti disarmati degli interlocutori di Gaglianone, praticamente smarriti di fronte alla dissoluzione di ogni solido Gabriella Tittonel, attivista cattolica NoTavpunto di riferimento: la solitudine siderale del cittadino trova parziale conforto solo nellademocrazia spontanea che la stessa cittadinanza alimenta, sotto forma di movimento civile.
Servono risposte, e non arrivano mai. Così, dopo un po’ ci si arrende all’evidenza. Magari pregando, come fanno gli attivisti cattolici, il gruppo di Gabriella Tittonel che accompagna la troupe lungo i reticolati di Chiomonte, filo spinato di fabbricazione israeliana. O cercando di dialogare coi reparti antisommossa, come fa l’infermiera Cinzia Dalle Pezze, esasperata dall’abuso di lacrimogeni e gas tossici. Il documentario propone la voce di antagonisti come Aurelio Loprevite di “Radio Blackout”, in diretta telefonica con Luca Abbà quando l’attivista precipitò dal traliccio sul quale si era arrampicato per protesta, e militanti dal passato sorprendente come Alessandro Lupi, carabiniere in congedo e convinto NoTav, gravemente ferito al volto da un lacrimogeno. La telecamera raccoglie parole e silenzi di persone finite in carcere,Marisa Meyer, pasionaria NoTavpensionati decisi ad ammanettarsi alle recinzioni militarizzate, famiglie disposte a tutto per difendere la loro casa, minacciata dalla nuova arteria ferroviaria.
Sullo sfondo, i fantasmi di ogni realizzazione faraonica – devastazione ambientale, crisi idrogeologica, dissesto urbanistico, impatto insostenibile dei cantieri, rischi concreti per la salute e l’incolumità della popolazione – e in più, in questo caso, la sordità autistica ed esasperante dell’élite di potere di fronte alle più argomentate osservazioni tecniche, sciorinate dai migliori esperti dell’università italiana: la linea Tav Torino-Lione non è solo l’ennesimo attentato alle dissanguate finanze pubbliche del paese, non è solo l’ennesimo invito a nozze per l’imprenditorialità mafiosa, ma è anche e soprattutto uno spreco totalmente folle, visto che l’attuale linea ferroviaria internazionale che già attraversa la valle di Susa è praticamente deserta. Nonostante il recente e costoso ammodernamento del traforo del Fréjus, non esiste più traffico merci tra Italia e Francia: secondo l’osservatorio europeo per i trasporti alpini, affidato alla Svizzera, l’attuale linea valsusina italo-francese potrebbe tranquillamente incrementare del 900% il volume dei transiti. Perché allora incancrenire lo scontro sociale rincorrendo il miraggio di un super-treno miliardario da imporre a mano armata?
Perché non siamo più in tempo di pace, e da parecchi anni, sembrano suggerire i valsusini ascoltati da Gaglianone, i primi a constatare sulla loro pelle l’avvento del cambio d’epoca: loro erano già sulle barricate molto prima di Occupy Wall Street, prima degli “attentati” all’articolo 18, prima della guerra di Marchionne contro la Fiom. Erano in campo, i cittadini italiani della valle di Susa, ben prima della riforma Fornero, o delle recenti “rivelazioni” di Geithner sul “golpe dello spread”. La Merkel, Draghi, la “dittatura bancaria” dell’euro, la privatizzazione globale. E poi il Ttip, le torture inflitte alla Grecia, la teologia disonesta dell’austerity, la fine del welfare europeo. Ormai il capolinea lo vedono tutti: l’abisso precario della disoccupazione, la sparizione del futuro. Loro, i valsusini, l’hanno avvistato in anticipo. Se c’è una parola che può riassumerli tutti, probabilmente questa parola è “democrazia”. Se ne avverte la dolorosa assenza, la nostalgia. «Se qualcuno mi parla ancora di Tav», scrisse GaglianoneGiorgio Bocca all’indomani dell’insurrezione popolare della valle del 2005, «tiro fuori il mio vecchio Thompson dal pozzo in cui l’avevo seppellito nel ‘45».
Vedeva lungo, il giornalista-partigiano. E oggi, la causa NoTav vanta autorevolissimi sostenitori, nel mondo culturale italiano: ormai le istanze democratiche della popolazione hanno trovato piena cittadinanza, nell’Italia tramortita dalla cosiddetta crisi. Malgrado il costante depistaggio dalla disinformazione “mainstream”, ognuno percepisce la minaccia concreta di un declino che pare inesorabile. Finalmente, con Gaglianone, protagonisti e testimoni della remota trincea valsusina ora affiorano in superficie, mostrando le loro voci e i loro volti, in una quotidianità che si sforza di restare ordinaria, benché terremotata dagli eventi. E’ un’umanità che si esprime con gesti semplici e rivela una natura mite, costretta a misurarsi con la violenza dell’imposizione, nel vuoto cosmico della politica. Anni fa, espressioni come “destra” e “sinistra” avevano ancora maschere rappresentative. Puro teatro, ormai, come sperimentato nella valle alpina che unisce Torino alla Francia. Dove però la grande calamità collettiva ha cementato una comunità plurale, di italiani che resistono e sperano. E che, nel film di Gaglianone, parlano una lingua immediatamente riconoscibile e universale.
(Il film: “Qui”, di Daniele Gaglianone, Italia 2014, 120′, prodotto da Gianluca Arcopinto  e Domenico Procacci – produzione “Axelotil Film”, “Fandango”, in collaborazione con Babydoc Film – distribuito da “Pablo”. In rete: “Qui” suFacebook. Twitter: @qui_notav. Pablo Distribuzione: su YouTube e Facebook).



Dieci storie diverse che raccontano l’opposizione alla Tav: il documentario di Gaglianone, in sala in questi giorni, mostra l’altro lato della protesta di una popolazione intera  Di Michele Nardini Una donna che parla, di fronte a lei una schiera di poliziotti in divisa anti sommossa. I modi sono pacati, la voce decisa, le parole penetranti. La donna espone le sue ragioni con fermezza, esprime il suo dissenso nella maniera più civile possibile: parlando, agitando le coscienze attraverso l’arringa e il pensiero. Davanti a lei gli sguardi di pietra dei poliziotti sono inscalfibili. Sguardi fissi, implacabili, imperscrutabili; sguardi inflessibili, di chi non vuole o non può ascoltare. Qui è il nuovo film di Daniele Gaglianone, un documentario che presenta dieci storie di gente comune che si oppone alla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. Presentato al Torino Film Festival, il documentario ha ottenuto il premio “Gli occhiali di Gandhi”, per il film che meglio rappresenta la visione gandhiana del mondo. 

E proprio la scelta del Tff di assegnare questo premio al film di Gaglianone apre uno spiraglio di riflessione: troppo spesso, sembra dire Gaglianone, il movimento NO TAV è stato vittima di approssimazioni, di punti di vista parziali a volte pilotati. È necessario un punto di vista nuovo sul movimento e sugli attivisti, un punto di vista sgombro da qualsiasi ideologia, da qualsiasi pregiudizio, costruito su storie vere, su storie vissute che mettono davanti alla macchina da presa l’impatto che il cantiere dell’alta velocità ha sulla vita quotidiana e futura della popolazione della Val Di Susa. 

Il film, come detto, si compone di dieci storie di resistenza e opposizione alla Tav. Le dieci persone che raccontano la loro esperienza contro la Tav rappresentano modi e pensieri diversi tra di loro: l’attivista cattolica, lo speaker di Radio Black Out, il sindaco di Venaus, uno dei comuni della Val di Susa, il carabiniere in congedo ferito da un razzo lacrimogeno e che non sa raccontare a suo figlio che è stato ridotto così da chi dovrebbe tutelare la legalità, l’agricoltore preso di mira dalle istituzioni, la famiglia che rischia di vedere la propria abitazione rasa al suolo per fare posto a uno dei cantieri più importanti della linea. Uomini e donne normali, in alcuni casi perfino esponenti delle istituzioni, uniti da un unico comune denominatore: la battaglia per ritrovare il senso di essere cittadini, la battaglia per avere voce nella nostra democrazia che troppo spesso si dimentica la Costituzione e la garanzia, per tutti, di avere una rappresentanza. 

E proprio qui il film di Gaglianone colpisce a fondo: rifiutando ogni tentativo di adesione al linguaggio cinematografico, puntando su uno stile sobrio, che limita al massimo l’invadenza della macchina da presa e lascia ampia autonomia ai fatti raccontati dalle persone, il regista riesce a realizzare un vero e proprio documentario d’inchiesta, un film sulla necessità della partecipazione attiva alle grandi questioni etiche, sociali e politiche. Ma non c’è animo sovversivo, tutt’altro: Gaglianone vuole ripristinare lo stato di diritto, la dignità della lotta per un bene comune e, al contempo, denunciare i metodi dello Stato, sordo alle richieste della popolazione. Lo scollamento sembra irrimediabile: da una parte i cittadini che, nella eterogeneità dei movimenti e delle sigle, si oppongono ai cantieri della Tav; dall’altra le istituzioni, i cui simboli diventano i lacrimogeni contenenti gas cancerogeni lanciati dalle forze dell’ordine e i chilometri di filo spinato sparso lungo le recinzioni. 

Gaglianone ha spiegato che il senso del film è far capire che qualunque persona si trovasse in quelle condizioni, non potrebbe fare altro che schierarsi. Per forza di cose. È chiaro l’intento del regista torinese, che restituisce la realtà senza filtri e sembra ispirarsi a certe vecchie idee di cinema militante nelle quali il metodo da seguire è quella dell’inchiesta. Sarebbe forse contento il Goffredo Fofi dei tempi di “Ombre Rosse”: perché per un cinema capace di smuovere le coscienze non serve un copione. Né tantomeno una sceneggiatura. Servono storie e protagonisti veri.
di Michele Nardini

Qui, di Daniele Gaglianone

Sembra ormai che l'unica vera preoccupazione di Daniele Gaglianone sia quella di arrivare alla scoperta di un cinema necessario, di trovare quella strada che gli permetta di andare avanti con il lavoro, di far aderire un'urgenza etica pressante alle possibili soluzioni formali, narrative, estetiche. Anche a dispetto di esse

È strano: Qui è un film irrecensibile, probabilmente. Potremmo raccontarlo, passo per passo. Dieci abitanti della Val di Susa, diversissimi per età, estrazione sociale, stile di vita, interessi, aspirazioni, ma tutti uniti nel rifiuto categorico della famigerata TAV Torino-Lione. Non per motivazioni ideologiche, ma per il semplice e sacrosanto bisogno di difendere il proprio mondo dall'arroganza di scelte (poco) strategiche imposte dall'alto. Sì, potremmo raccontare le parole e i gesti di Gabriella Tittonel, attivista cattolica, di Aurelio Loprevite, lo speaker di Radio Blackout sempre impegnato a raccontare i drammatici scontri tra i manifestanti e le forze dell'ordine, e di tutti gli altri personaggi incontrati da Daniele Gaglianone. Ma il film non verrebbe comunque fuori. Il cinema rimarrebbe a lato, in disparte.

Qui è senza dubbio un atto d'intervento, è ciò che potremmo chiamare un'opera militante. "Qui e ora", appunto, testimonianza e documento, che risponde a una precisa scelta di campo di Gaglianone, lucidamente "di parte", già a partire da quella didascalia iniziale in cui fa riferimento alle parole di un rappresentante delle forze dell'ordine, secondo cui è impossibile trovare qualcuno a favore della linea ad alta velocità: solo chi non conosce il progetto dell'opera, può difenderla; per il resto, la sua assurdità è scritta nelle cose. Tutto è sin troppo chiaro, evidente. Eppure, ripetiamo, il cinema sembra restare fuori. In qualche modo, qui, al film sfugge l'oggetto. Non che non abbia la forza di far emergere il senso di una lotta senza classe e senza età, tutta l'urgenza e la ragione di una protesta contro scelte politiche miopi e sorde. Ma è come se Gaglianone, a prescindere, rinunciasse a qualsiasi strategia di racconto, alla possibilità stessa di uno sguardo capace di intervenire sulle forme del reale. Sta lì, ascolta, a un certo appare in campo, quando i poliziotti chiedono i documenti della troupe. Ma non interviene, abdica apertamente al suo ruolo di autore. E allora perché il cinema?

Quello che facciamo a che cazzo serve? La domanda è sempre la stessa, quella che partiva spontanea da Mastandrea nel momento in cui La mia classe entrava in impasse, in quello strabiliante vicolo cieco in cui non c'era più alcuna finzione, alcuna struttura, sceneggiatura, programma in grado di reggere alla prova dei fatti, alla pressione degli eventi. Ed è questo, allora, ancora, il cuore profondo di Qui – girato più o meno in contemporanea – quello che colpisce allo stomaco con una forza da lasciare senza fiato. Mi sembra ormai che l'unica vera preoccupazione di Daniele Gaglianone sia quella di arrivare alla scoperta di un cinema necessario, di trovare quella strada che gli permetta di andare avanti con il lavoro, di far aderire un'urgenza etica pressante alle possibili soluzioni formali, narrative, estetiche. Anche a dispetto di esse. Una visione morale, in altri termini, che faccia parlare le persone, si faccia toccare dalle loro vite, dalle loro verità, che le accompagni con rispetto e pudore fino a farle venire fuori, libere dai vincoli della finzione, dalle storture dell'interpretazione. Senza queste vite, queste verità, il cinema davvero non serve a un cazzo. E questa umile consapevolezza sembra l'unica risposta possibile al narcisismo imperante dei tanti, cento, mille Autori che sacrificano le storie sull'altare dello stile. Ed è per questo, non fosse che per questo, che Qui è una bomba molotov scagliato contro le dittature della forma e dell'istituzione. Grazie.