SOLIDARIETA' CONCRETA

SOLIDARIETA' CONCRETA

Conto BancoPosta Numero: 1004906838 Intestato a: DAVY PIETRO - CEBRARI MARIA CHIARA

IBAN: IT22L0760101000001004906838 BIC/SWIFT: BPPIITRRXXX

PAYPAL: www.laboratoriocivico.org


giovedì 21 febbraio 2013

Una cicatrice di 57 km lungo le nostre vite


A proposito di Storie, riportiamo quella inviata da Luca Mercalli sul sito www.lavallecheresiste.info, e cerchiamo di fare tutto il possibile per cambiare il finale...


C’era una volta il Granducato di Frecciagialla, nel quale tutti volevano essere più veloci degli altri, soprattutto quando si trattava di truffare e rubare. Un giorno un gruppo di notabili e relativi lacchè ideò un progetto, tanto assurdo quanto costoso: traforare la catena dei Monti Orinali, ma non nel punto più stretto, come avevano già fatto i loro antichi predecessori, bensì in quello più largo, in modo da spillare più denari dalle tasche dei sudditi. Tracciarono una riga di 57 chilometri sulla mappa e dissero: qui passerà una nuova ferrovia, percorsa da treni velocissimi, in grado di trasportare enormi quantità di merci e passeggeri, tutti immaginari, in quanto tanto la ferrovia quanto il tunnel sotto la catena degli Orinali c’erano già, e pure utilizzati molto al disotto della loro capacità. Gli abitanti della val Durenzia, sorpresi da tanta stoltezza, si opposero, ricalcolarono le prestazioni eccellenti della ferrovia esistente, dimostrarono l’inutilità di quella nuova grande e costosissima opera, e lottarono vent’anni contro il folle progetto. Ma il Granducato inviò milizie, sparò, bombardò, pagò alcuni giornali e fortificò la valle, finché gli abitanti, schiacciati dai carri armati dovettero desistere. Venne il giorno dell’apertura del cantiere: fanfare, funzionari e pomposi discorsi celebrarono il progresso vincente sull’arretratezza dei popoli dei Monti Orinali. La gigantesca fresa iniziò lo scavo e la prima tranche dei finanziamenti internazionali tanto attesi venne erogata e subito sparì.   Ancora soldi, ne servono ancora! L’opera è irta di difficoltà! Grandi macchinari invasero la Val Durenzia, nubi di polvere amiantifera, fuliggine di motori, traffico di autotreni, scoppi di esplosivi, cumuli di de-triti devastarono la pace locale. È il progresso, signori, fate largo! da questo tunnel passeranno sviluppo, crescita, modernità, velocità, ricchezza e prosperità che si fermeranno nella stazione internazionale tutta cristalli e scintillii, costruita proprio qui, per voi, nel bel mezzo dei Monti Orinali! Progettata da architetti famosi, addirittura dall’Oriente! Suvvia, sgombrate, largo alla betoniera, avanti con i conci, forza con l’esplosivo! Per qualche mese il cantiere procedette spedito e febbrile, poi iniziò a rallentare. Dove c’erano macchinari rombanti ne funzionava solo qualcuno, torme di operai giorno e notte si ridussero a un solo turno, domenica chiuso. Il prezzo dell’energia aumentava e così quello di cemento, rame, ferro, lubrificanti, pezzi di ricambio. Tempo dopo, una venuta d’acqua inarrestabile, proveniente dalla grande diga presente sopra il tunnel, causò vittime, fece lievitare i costi e ostacolò i lavori. La fresa rimase bloccata a causa del cedimento di una faglia. I finanziamenti internazionali si esaurirono e il Granducato aveva sempre maggiori difficoltà a garantire i servizi essenziali, chiudevano scuole e ospedali, crollavano monumenti, i treni normali erano al collasso, la gente in miseria rumoreggiava per le strade. L’ultimo luogo ancora in attività era proprio il cantiere del supertunnel sui Monti Orinali, per sostenere il quale erano state promulgate leggi speciali e tassazioni insostenibili. Molti anni mancavano ancora a bucare la montagna e tutti si chiedevano a cosa servisse, visto che anche sulla vecchia ferrovia ormai non passava quasi più nessuno.    Il progresso passava per le telecomunicazioni e quasi più nessuno viaggiava, per gli alti costi dell’energia, per i rischi climatici e anche perché era meno faticoso materializzarsi in ogni parte del mondo su uno schermo virtuale. Anche di merci ne circolavano meno: i costi delle materie prime erano alle stelle e tutti riciclavano e risparmiavano, acquistando il più possibile prodotti locali. Insomma, di quel tunnel indemoniato più nessuno sentiva l’esigenza. Ma bisognava andare avanti. Ormai molti dei notabili che lo avevano ostinatamente imposto erano sotto terra, ma avevano lasciato in eredità un intrico di leggi e di cavilli a seguito dei quali la megamacchina procedeva senza controllo. Certo, il rame sempre più caro, il gasolio sempre più scarso, il cemento sempre più prezioso, rallentavano l’attività, ma il gigantesco cantiere, pur lento e stanco, non si fermava. La televisione ripeteva ossessivamente: vedrete, porterà lavoro, sviluppo, prosperità. Passarono altri anni e i grandi mezzi meccanici erano bloccati e arrugginiti. Le ortiche crescevano tra le baracche e un solo minatore con una carriola entrava e usciva dalla galleria con il suo carico di detriti. Infine anch’egli – malato di silicosi e senza salario – desistette, ma scolpì sulla roccia i nomi di coloro che con tanta ostinazione avevano promesso quell’opera salvifica. Intanto erano stati spesi tanti ducati quanti i pezzetti di roccia estratti dalla montagna. Tutto inutile. Il Granducato di Frecciagialla a causa dell’imponente debito era stato cancellato dalle carte geografiche e nessuno voleva più averci a che fare. I cumuli di smarino avevano riempito il fondo della Val Durenzia come colline moreniche, e ogni volta che soffiava il vento dell’ovest liberavano nugoli di polvere amiantifera. I paesi furono abbandonati, la gente emigrò, e solo i più caparbi rimasero a saccheggiare quel che di ancora buono si poteva portar via dal cantiere: ferraglia, vecchie macchine, cavi elettrici. E quando non ci fu più nulla da portar via, non rimase che uno scuro antro e il vento a sibilare tra i rottami.
di Luca Mercalli

mercoledì 13 febbraio 2013


Là nella valle: 4/ Offesi
di Sandro Moiso
walkirie.jpg
Manganelli aveva spalato merda, letteralmente, per quattro giorni.
La corrida scatenata dai bovini in fuga non aveva soltanto sconvolto ciò che restava del cantiere, ma lo aveva anche abbondantemente concimato.
Così colui che era stato all’origine della cornutissima cavalcata delle Walkirie a quattro zampe aveva dovuto pagarne il fio.

“Ispettore – aveva domandato Manganelli – ma perché non sono stati ritenuti responsabili gli allevatori che hanno ammesso di essersi lasciati sfuggire le vacche?”
“Manganelli, Governo e Ministero hanno scelto una politica di appeasement con le popolazioni locali…e poi, cristo di un dio, chi cazzo c’era di guardia al cancello? Chi ha sparato per aria? Chi?! CHI ?!!”. Fine della risposta e condanna definitiva.

Perciò allo stesso Manganelli non era sembrato vero quando aveva visto una donna in casacca e pantaloni neri che si esercitava in quelle che sembravano essere arti marziali su uno dei due muretti che fiancheggiavano il ponte sul torrente, appena fuori dal cancello sulla strada dell’Avanà.
Senza contare che sui prati poco distanti erano comparse una grossa auto famigliare con targa straniera e un paio di tende con alcuni individui, maschi e femmine, di varia età.


Questa volta non si sarebbe fatto fregare.
“Sono tornati! Sono tornati e stanno rimettendo su il campeggio!!” urlò tornando di corsa verso il cantiere. Il primo pensiero di De Gennaro fu che fossero tornati i pastori con un numero maggiore di vacche e si preparò al peggio.
“Chi è tornato?” chiese, già infastidito l’ispettore. “I Black Block, Ispettore!” rispose Manganelli.

Un fremito percorse la falange azzurra.
“Sei sicuro Manganelli…o è un’altra delle tue minchiate che ti sono già costate un bel pezzo di carriera?” chiese ancora l’ispettore. “No, no Signor Ispettore…è vero! Devono essere arrivati questa notte o all’alba e stanno rimettendo su il campeggio.”
L’ispettore si rivolse al capo pattuglia “Prenda tre uomini e vada a vedere…subito!”


La donna era sempre là in una posa apparentemente immobile, ma che in realtà, ad un occhio esperto, rivelava un lentissimo e quasi inavvertibile movimento del torso, delle braccia e delle gambe. “Tai Chi” sentenziò Muraro.
“Tai che…quella mica è tailandese! – rispose De Gennaro – E’ bionda, alta…”
“Lascia stare De Gennà, il tai chi è un’antica pratica orientale…” “E che minchia sei Murà, un campione di Jerry Scotti? Sempre tutto devi sapere…”
tai.jpg

“Zitti – li interruppe il capo pattuglia – quella è proprio sospetta e là, vicino alle tende, ce ne sono altri quattro”. E aggiunse “Mi sa che ‘stavolta l’Ispettore avrà i suoi sovversivi”. Un ghigno gli attraversò la faccia e così quella del terzo agente, un certo La Russa, un brutto ceffo, grifagno e con lo sguardo invasato del maniaco. Si sfregarono entrambi le mani e si guardarono di sottecchi.“Facciamo finta di niente e torniamo al cantiere. Ci penseremo poi…” concluse il capo pattuglia.
“Ispettore, è vero: sono loro anche se sono ancora pochi” fu la sintetica relazione.
“Quanti?” “Una donna sui quarant’anni, due ragazze, un ragazzo ed un uomo anche lui sulla quarantina” 
“E cosa stanno facendo?” “La donna fa una strana ginnastica sulla spalletta del ponte, gli altri stavano preparando il campo.”
“Vi hanno provocati, vi hanno minacciati?” “No”
“Allora, per adesso, stiamo a vedere e aspettiamo”.

Allontanandosi, il capo pattuglia fece segno a De Gennaro e a La Russa di seguirlo.
“Aspettiamo un bel cazzo! – disse – Noi aspettiamo e quelli aumentano per poi coprirci di insulti e pietrate”. Poi, sottovoce “‘'Sta notte ci pensiamo noi..d’accordo?”
De Gennaro annuì con aria cospiratoria, mentre La Russa si trattenne a stento dal salutare romanamente per manifestare il proprio entusiasmo.

“Qualcuno di voi è di turno questa sera?” “No, solo Muraro” rispose De Gennaro.
“Bene, trovami qualcun’ altro…uno di quelli di Genova mi raccomando!”
“Certamente!”
Tre teste, tre caschi, tre fantasie scatenate a metà tra un film di Steven Seagal e uno snuff movie.
Una miscela esplosiva, efficiente, pericolosa, pronta. Sempre e senza rimorsi. Senza pietà.

L’ingegnere elettronico, di Zurigo, Kurt Wagner era da qualche settimana in vacanza in Italia con la moglie Katharina Moser, la figlia Greta di 13 anni e il figlio Hans di 16. Con loro c’era anche la fidanzatina di Hans, Geneviève, 15 anni, di Ginevra.
Avevano scelto il campeggio perché meno costoso e per stare più vicini alla natura.
Ora, sulla strada del ritorno avevano scelto di fermarsi per un giorno in quella valle, anche se deturpata da quegli orrendi viadotti.

“Ho visto degli uomini con l’aria dei poco di buono che mi fissavano mentre facevo esercizio sul ponte…avevano delle tute azzurre, ma nessun segno di riconoscimento” disse Katharina a Kurt mentre i ragazzi non sentivano. Kurt la guardò perplesso “Saranno stati operai di quei cantieri in disarmo che abbiamo visto prima, passando…non allarmarti” disse.
Le vacanze fino ad allora erano andate benissimo, perché allarmare i ragazzi?

Le tenebre erano scese da un pezzo quando i quattro agenti si ritrovarono in prossimità della recinzione. Cappucci arrotolati sulla testa, nessun distintivo, nessuna mostrina. Il solito look.
Il capo pattuglia li guardò:”A questi gli facciamo una bella festa…” 
“Pure alle ragazze…” lo interruppe La Russa. 
“Sì, sì pure alle ragazze, ma adesso statemi a sentire…”

“State tutti a sentire me, invece…” – era l’ispettore, sbucato dall’oscurità - “ sapevo che non avreste rinunciato al boccone, ma se qualcosa va storto… sappiate che io non ne sapevo nulla e che saranno tutti cazzi vostri. Chiaro?!” “Chiaro” risposero sottovoce.
“... e nessuna arma di ordinanza, mi raccomando”
“Certo Ispettore – disse il capo pattuglia- solo tirapugni, sacchettini di sabbia, bastoni animati e un manico di piccone”. 
“Come al solito?” “Come al solito.” 
“Bene, in bocca al lupo” “Crepi il lupo.”

Quattro lupi nella notte scavalcarono il recinto in prossimità del torrente.
Ombre furtive che sentivano già l’odore del sangue, l’eccitazione provocata dai lamenti e dal rumore dei colpi sui corpi e dei vestiti lacerati.
Quattro cacciatori di stato a caccia di sovversivi.
Quattro professionisti della violenza in prossimità di due tende e di un’auto.

Il rumore di un ramo spezzato, un bisbiglio indistinto: Kurt si destò dal dormiveglia
Kurt Wagner, 42 anni, ufficiale dell’Esercito Federale Svizzero.
Tiratore scelto con la pistola, inseparabile dalla sua Sig Sauer 226.
Non un maniaco delle armi, ma pronto a difendere i suoi cari, se necessario.
Estrasse l’arma dallo zainetto.

Katharina Moser, ex- studentessa di lingue orientali, istruttrice di arti marziali orientali per i corsi di autodifesa femminile istituiti nei cantoni svizzeri di lingua tedesca.
Entrambi si erano conosciuti in Giappone ad un corso superiore di arti marziali.
Un udito finissimo l’aveva già avvertita da qualche minuto che fuori c’era qualcuno.
Continuava a fingere di dormire per non provocare rumori che potessero essere sentiti da chi stava all’esterno.

“Pezzi di merda!”
“Bastardi!”
“Figli di puttana!”
“Puttane!!”
I quattro erano partiti all’assalto delle due tende.

Non arrivarono a sfiorarle.
Da una delle due tende era balzata fuori un’ombra silenziosa che aveva esploso quattro colpi di pistola in meno di tre secondi. 
Tiro rapido, quattro proiettili avevano sfiorato quattro crani ricoperti da cappucci neri.
Davanti alle tende c’era un uomo piantato a gambe larghe che impugnava a due mani un’automatica.


Sorpresa. Stupore. Quattro figure immobilizzate in differenti, plastiche pose.
Fu un attimo “Sono terroristi, diamogli addosso!!” urlò il capo pattuglia.
Ma le sorprese non erano finite. 
Dalla stessa tenda piombò fuori un turbine scuro come la notte.
Una forma nera, quasi indistinguibile nell’oscurità, che roteava qualcosa di chiaro e lungo.
kill bill 1.jpg

Fendente dall’alto in basso sulla testa del capo pattuglia.Diagonale ascendente da sinistra verso destra sul volto di La Russa.Diagonale discendente da destra verso sinistra sulle ginocchia di De Gennaro.Rapido volteggiare del bokken*, raso terra, sulle caviglie del quarto uomo.Scricchiolio di ossa, imprecazioni, mani che lasciavano cadere oggetti contundenti, rumore di polmoni che rilasciavano in un colpo tutta l’aria in essi contenuta.
Adesso erano arrivati anche i ragazzi.
Il maschio con una fionda puntata dritta su di loro e le ragazze con due bastoni leggermente arcuati ed eleganti. Circondavano, in cinque, quattro figure accasciate e sorprese.
“Minchia, in un campo di terroristi baschi siamo finiti…” mormorò De Gennaro.
“ Prego, chi essere voi, cosa volere?” chiese in un italiano stentato l’uomo con la pistola.

“Poliss, poliss…” rispose il capo pattuglia ancora rintronato dal colpo ricevuto sul cranio.
“Prego, togliete maschere. Non vedo scritte su vostri vestiti” disse avvicinandosi, con l’arma sempre puntata sui quattro, il pistolero elvetico.
“Noi essere polizia” cercò di adeguarsi linguisticamente l’agente La Russa.
“Io non credere, tu faccia da delinquente, da maniaco” rispose la figura femminile in nero.

La tensione saliva da un lato, compensata dai timori che aumentavano dall’altro.
Poliziotti giù, a terra, gli altri cinque in piedi.
Il mondo capovolto insomma agli occhi dell’agente scelto De Gennaro che si chiedeva, anche, dove fossero finite le sue rotule, visto che di piegar le gambe proprio non se ne parlava.
Proprio un bel casino: con quelli che parlavano poco l’italiano e loro senza gradi, mostrine e distintivi. Cazzo e stracazzo!!

Due fari illuminarono la scena all’improvviso:erano quelli dell’auto di servizio dell’ispettore, ancora piuttosto ammaccata per la carica bovina, ma con l’impianto elettrico ancora funzionante. 
Era stato Muraro a svegliare l’ispettore. 
“Ispettore, mi scusi…”
“Che cazzo c’è Muraro?”
“Bip Bip ha catturato Willy il coyote”

“Cos’è? Mi svegli per farmi uno scherzo?!”
“No, Ispetto’, giù al campeggio hanno fatto prigionieri i nostri..”
“Cosa?!”
“Sì, Ipetto’, ero di ronda e ho visto il casino che è successo…adesso sono prigionieri”
“Ma quanti black block sono arrivati ‘sta notte?”
“No, Ispetto’, con tutto rispetto sembra una famiglia. Cinque persone”.

Adesso erano lì, alla luce del lampeggiatore blu e dei fari. 
L’ispettore, Muraro e altri due agenti da una parte.
L’esercito elvetico dall’altra.
Quattro coglioni doloranti in mezzo.
Stallo messicano. Tarantino docet.

“Giù le armi, polizia! “ Urlava l’ipettore puntando per errore il telefonino.
“Giù voi le armi!” risposero all’unisono Kurt e Katharina “ E fare vedere distintivi, prego”
L’ispettore e gli agenti mostrarono i distintivi; Katharina ei ragazzi abbassarono le armi.
Kurt no:”Sono un ufficiale dell’Esercito svizzero e questi uomini hanno aggredito me e le mia famiglia!!”

“Non è vero Ispettore, non li avevamo ancora toccati…” gridarono all’unisono i coristi ex-Diaz.
“State zitti coglioni e Lei mi faccia vedere i documenti!”
Kurt estrasse con una mano i documenti dalla tasca posteriore dei jeans e li passò a Katharina che, a sua volta, li passò all’ispettore.
Che disse:“Abbassiamo tutti le armi” dopo averli esaminati.
“E noi ci possiamo alzare Ispettore?” domandò timidamente il capo pattuglia.
“Voi, teste di cazzo rimanete lì fino a quando non ve lo ordino io!!!”

“Ma questi sono terroristi, avranno documenti falsi…” cercò di intromettersi De Gennaro.
“Falsi un corno! Avete combinato un bel casino..”
Mentre diceva queste parole l’ispettore digitò sul cellulare il numero d’emergenza.
Gli rispose una voce assonnata “Che c’è ispettore? Perché mi sveglia a quest’ora?”
“Signore, è successo un guaio…” e spiegò tutto, a voce bassa, a chi stava all’altro capo del telefono.

Un ruggito, una maledizione divina, una valanga di insulti, tutti coloritissimi, si riversò sull’ispettore, attraverso il cellulare, appena ebbe finito di esporre la situazione.
“Sì, Signore…ho capito…ha ragione…ma adesso cosa devo fare ? In fin dei conti questi svizzeri sono armati e…”
“E che vuole fare, gran pezzo di imbecille?! Li vuole arrestare? Ha visto che culo ci hanno fatto gli avvocati tedeschi per il G8 di Genova? Riesce lontanamente ad immaginarsi cosa ci farebbero quelli svizzeri? Lasci perdere, li lasci andare …e ricordi ai suoi guerrieri che il turno di sorveglianza, compreso il suo, è prolungato di altri tre mesi!”
“Sì, Signore…” mormorò il responsabile, vedendosi sfumare sotto gli occhi le vacanze in Thailandia già prenotate da tempo.


Poi la furia accumulata si rovesciò sui quattro uomini in blu.
A dir il vero li avevano già fatti blu a colpi di bokken e quindi le parole non poterono risultare più dolorose delle botte ricevute poco prima.
“Imbecilli! Incapaci! Vermi schifosi! Porgete le vostre scuse ai signori e ritornate al cantiere…ah, dimenticavo, da domani il capo pattuglia sarà Muraro” E, dopo un rapido accenno di saluto e di scusa ai coniugi Wagner-Moser e famiglia, risalì in macchina per tornare al cantiere.
bokken.jpg

Così terminò la prima battaglia vinta dall’Esercito Federale Elvetico sul territorio italiano.C’era già stata, circa trent’anni prima, un’altra battaglia vinta dalla marina svizzera nelle acque territoriali italiane. Davanti all’isola dell’Asinara. Ma questa è un’altra storia**.
* Bokken: spada di legno da addestramento
** Narrata in: Giuliano Naria, I duri, Baldini & Castoldi, 1997

(4 - continua)

da CarmillaOnLine

venerdì 8 febbraio 2013

ArTeMuDa sabato 16 febbraio h. 21 a Salbeltrand

Teatro, Musica, Danze, Rinfresco, ecco l'invito dell'Associazione:

Il 2013 è un anno importante per l’Associazione ArTeMuDa:
il 14 febbraio avremo viaggiato dieci anni, tra Torino e la Valle di Susa, ma non solo. Ora desideriamo festeggiare insieme a voi i (primi?) dieci anni di ArTeMuDa, con una serata speciale a Salbertrand.
Nell'occasione sarà presentata la stagione "I-DEE", perché questa serata sarà solo l'inizio dei festeggiamenti, che dureranno un anno intero.


“DÉE” significa “dieci” nella lingua occitana dell’Alta Valle di Susa. 

“I-DÉE” è una stagione di eventi lunga un anno, per ritrovare le persone che hanno viaggiato con noi in questi dieci anni e per incontrare nuovi amici. 
"I-DEE" è una stagione di teatro, musica, visite teatrali, cinema, convegni, reading, video, pubblicazioni, perché il nostro viaggio nasce dalla necessità di fare arte e cultura e, soprattutto, di creare occasioni di incontro.

Venite a festeggiare I-DEE, I DIECI Anni di ArTeMuDa, con noi.

Vi aspettiamo numerosi!



giovedì 7 febbraio 2013

Cultura. Intervista a Michael Gregorio, alias Michael Jacob e Daniela De Gregorio, autori del libro Boschi & Bossoli

L'UMBRIA IN VAL DI SUSA
DI MAURIZIO FRATTA


Ispirandosi a un fatto di cronaca accaduto alcuni anni fa a Spoleto, i due autori hanno scritto Boschi & Bossoli, un noir in cui alcuni giovani sono accusati di ecoterrorismo. Un monito per chi, come No Tav, protesta legittimamente contro realizzazioni che distruggono l'ambiente


Michael Gregorio, alias Michael Jacob e Daniela De Gregorio, insegnano lui inglese lei storia e filosofia a 'Spoleto. Con una trilogia - Critica della ragion criminale, I giorni dell'espiazione, Luminosa tenebra, pubblicati in Italia da Einaudi e tradotti in tutto il mondo - si sono affermati come autori di thriller che ricordano le atmosfere dei romanzi gotici di fine Ottocento. Ad aprile di quest'anno Verde-Nero pubblica Boschi & Bossoli una storia che prende lo spunto dalle cronaca dei nostri giorni.

Dalle indagini del magistrato allievo di Kant alle pallottole della mafia. Come vi è venuta l'idea?
«Per quanto riguarda la così detta "ispirazione" letteraria, siamo pronti a cogliere qualsiasi stimolo. Ad esempio è stata la nostra curiosità per alcuni strani aspetti della personalità di Immanuel Kant a spingerci nel nostro primo libro Critica della Ragion Criminale ad affrontare quello che il filosofo chiamava "il legno storto della natura umana". L'ingrediente più importante per scrivere un romanzo è un accadimento o un mistero che catturi l'interesse dei lettore. Ma prima ancora deve aver catturato quello dello scrittore. Abbiamo ambientato i nostri romanzi "gialli" nella Germania dell'inizio dell'800, uno scenario fortemente gotico che può ricordare i racconti di Hoffmann o le favole dei fratelli Grimm. È lo scenario dove il nostro giovane magistrato Hanno Stìffeniis si muove per risolvere crìmini feroci seguendo le intuizioni di Kant. È proprio il filosofo della razionalità a far entrare il giovane Procuratore nei meandri oscuri della irrazionalità umana. Scrivendo delle indagini di Hanno Stìffeniis, noi ce ne stavamo rintanati fra   le nebbie gelate del nord Europa. Ma "accadimenti" e cose strane succedono anche nella vita reale. E qualche volta succedono anche molto vicino a te, non importa quanto "rintanato" sei stato. Succede che una mattina c'è un blitz dei carabinieri a Spoleto in un appartamento accanto al nostro. Non pochi uomini, ma ben 108 arrivano da tutte le parti, anche dal cielo con tute mimetiche. Una scena da film. Arrestano cinque giovani spoletini con l'accusa gravissima di eco-terrorismo. E noi conoscevamo alcuni dei ragazzi - due di loro erano i nostri vicini di casa. Insieme a loro, ma anche con molte
altre persone, centinaia di altri cittadini, avevamo manifestato contro alcuni scempi costruiti a Spoleto. Quell'arresto fatto con quelle modalità ci colpì con il fragore di una bomba. Per mesi questa vicenda kafkiana è stata nelle nostre menti. Non riuscivamo a capacitarci del dispiegamento numericamente abnorme delle forze d'ordine per prendere non Totò Riina, ma cinque "ragazzini" che avrebbero potuto essere prelevati con un paio di macchine. Un editore della casa editrice VerdeNero-Ambiente, Alberto Ibba, aveva letto un articolo che parlava di questa vicenda, sapeva che noi scrivevamo gialli e abitavamo a Spoleto. VerdeNero è una collana molto originale e interessante che pubblica thrillers con un taglio di denuncia. Noir di ecomafia che sono un po' la "cifra" dei gialli all'italiana. Con VerdeNero hanno pubblicato le firme più importanti del noir italiano da De Cataldo a Carlotto a Lucarelli. Alberto ci ha contattato chiedendoci se ci interessava inventare una storia che somigliasse un po' a questa vicenda. Noi ci siamo guardati: Michael Gregorio che scrive gialli ambientati nella gotica Germania e con Kant come protagonista, che si mette a scrivere di cose ambientate nell'attualità e con risvolti da thriller di ecomafia? Uhm... La nostra agente inglese ci ha chiesto se eravamo matti. A noi invece la risposta è venuta subito e spontanea. Sì, ma certo! Così abbiamo preso una "vacanza" dall'Ottocento per mettere le mani su una storia moderna, contemporanea e molto molto cattiva. Una storia di mafia e di malaffare ambientata in un luogo verde, idillico e remoTo. È venuto fuori Boschi & Bossoli».

Che sia l'Umbria o una qualsiasi altra regione del Centro Italia dal vostro racconto emerge un'immagine di un territorio molto diverso da quella oleografica cartolina con la quale ci si ostina a descriverlo.
«Potrebbe essere l'Umbria, o qualsiasi altro posto, fuori dai grossi centri. Un luogo che viene colpito da un disastro naturale e che ha bisogno di essere ricostruito. I soldi arrivano e intorno al luogo verde, bello, da "cartolina", i lupi cominciano a ululare. Sono quelli che vogliono fare soldi e speculare. Aiutati dai politici di turno senza cultura che spacciano l'edificazione selvaggia per progresso e modernità. Che spacciano lo sviluppo di una zona con i metri cubi di cemento che la ricoprono. Che se ne fregano del paesaggio, delle caratteristiche architettoniche e artistiche dei piccoli centri e li vorrebbero far somigliare alle periferie delie metropoli. Quando dunque il delicato equilibrio fra paesaggio, cultura e arte viene sconvolto da una calamità - un terremoto in questa istanza - le conseguenze non sono solo quelle prodotte dal disastro naturale, ma anche quelle che vengono determinate dall'appetito dei "lupi" che accorrono intorno alla vittima. Ricordiamo tutti ancora le risate di quell'imprenditore intercettato al telefono che gioiva del terremoto che aveva appena portato morte e distruzione». 

Nel numero di dicembre de l'altrapagina un giornalista,Claudio Lattanzi, parlando del suo nuovo libro (I padrini dell'Umbria), ha detto che la Regione gli appare come una foresta fossile tanto immutabile è il sistema di controllo esercitato dalle lobby, in primis quella politica. Quali sono gli intrecci che descrivete nel vostro romanzo? «Claudio Lattanzi ha detto tante cose importanti riguardo alla nostra Regione. Il suo La Mafia in Umbria - l'invasione di un territorio lo abbiamo letto dopo che noi avevamo già scritto Boschi & Bossoli e ci ha confermato tante delle nostre "intuizioni" con la sua ricerca meticolosa dei fatti di cronaca nera. La nostra ovviamente è una storia romanzata. Personaggi inventati, connessioni che servono alla struttura narrativa per rendere il libro il più possibile quello che gli anglosassoni definiscono un "page-turner", cioè una storia che ti spinge a voltare le pagine e, magari, a stare su la notte per vedere come va a finire. Soprattutto, scrivendo, devi rendere ben chiare le motivazioni per cui i personaggi agiscono. Il "fattore umano" insomma che il cronista può permettersi di ignorare. Gli "intrecci" del nostro romanzo sono costruiti con quello che succede e che le cronache propongono, ma poi interviene lo scrittore che inventa, diciamo così, collegamenti e intrecci. Che ti racconta anche quello che c'è nella testa dei personaggi. Per questo, spesso, un romanzo può essere ancora più chiaro di una cronaca giornalistica nel descrivere quello che è successo. Perché si può permettere di "inventare" quello che potrebbe essere successo senza doverlo dimostrare. Noi sappiamo, ad esempio, che cinque giovani sono stati arrestati ed accusati di eco-terrorismo. Ma come scrittori possiamo "inventare" le ragioni che lo hanno determinato. Certo una regola che anche lo scrittore deve rispettare è quella della plausibilità di ciò che narra».

L'arresto di un gruppo di ecoattivisti è l'elemento centrale del vostro racconto. L'accusa di associazione terroristica - si legge in seconda di copertina - serve a sviare l'attenzione dai veri pericoli mafiosi ed affaristici e l'operazione mediatico-militare che ne consegue deve servire da esempio per tutta Italia: un monito soprattutto per i No Tav della Val Susa. Il 10 dicembre, nell'ambito dell'iniziativa Una montagna di libri contro il Tav alla quale hanno aderito numerosi scrittori ed editori, avete presentato Boschi & Bossoli alla presenza dei leader di quel movimento. Che idea vi siete fatti di quel popolo e delle loro lotta? 
«La visita a Bussoleno è stata un esperienza indimenticabile per noi. Le analogie con quello che succede nel nostro libro le avevamo già chiare e ci sono state ancora più chiare quando siamo stati in quei luoghi. Un'arma contro una protesta forte e motivata come quella del movimento No Tav, variegato, che accoglie persone molto diverse anche per età, unite dal rifiuto a qualcosa che pensano sia dispendioso, non necessario e impattante per quell'aerea, è quello della criminalizzazione. Come succede ai giovani anarchici in Boschi & Bossoli. Si mette dentro qualcuno con l'etichetta di anarco insurrezionalismo e si spera che il movimento si spezzi e le proteste finiscano. Quello che ci ha sorpreso ed entusiasmato della gente No Tav della Val di Susa è stata proprio la forza con cui stanno sostenendo da anni le loro posizioni. La loro capacità di ritrovarsi, discutere e resistere a qualcosa che sentono come una imposizione voluta da altri, per gli interessi di altri. Ci avevano invitato a parlare di Boschi & Bossoli e per i due giorni che siamo rimasti foro ospiti (e la loro è stata una ospitalità da vecchi amici anche se non ci conoscevamo prima) abbiamo cercato di capire quale sia il segreto di questa loro forza. Beh, alla fine ci siamo detti che il segreto era solo che sono convinti di quello che fanno e determinati a continuare a farlo».

Due giorni dopo siete stati invitati a parlare al Noirfest di Courmayeur dove il vostro libro era tra i finalisti del Premio Scerbanenco. Un contesto davvero tanto diverso?
«Eravamo già stati nel 2007 al Noirfest di Courmayeur e conoscevamo molte persone lì. Amici che amano il noir, che lavorano nell'editoria, nei giornali e nel cinema. Quest'anno siamo stati invitati non solo perché eravamo nei quindici finalisti al premio Scerbanenco che è per noi, crediamo, un "unicum" visto che il nostro Boschi & Bossoli è l'unico libro che abbiamo scritto in italiano (tutti gli altri, pubblicati da Stile Libero Einaudi sono tradotti dall'inglese e quindi non potevano partecipare al premio), ma anche perché il nostri libro parla di mafia e una sezione del Festival era dedicata alle mafie. L'ambiente è molto diverso dalla Val dì Susa, ovviamente. Meno "militante" anche se chi ci partecipa possiamo considerarli i soldatini del noir. Ma è stato solo un modo diverso di far conoscere e far parlare di Boschi & Bossoli e della storia che racconta».»

da l'altrapagina (mensile di informazione, politica e cultura) - gennaio 2013




martedì 5 febbraio 2013

Là nella valle: 3/ Stampede!
di Sandro Moiso
stampede.jpg
Erano arrivate al galoppo, muggendo.
Trecento vacche da latte e da macello.
Bianche, bianche e nere, bianche e marroni, rossicce, marroni.
Oltre a qualche vitello, un po’ di manzi e un paio di tori muscolari.
Sembrava di essere a Pamplona il giorno di San Fermin.
Le aveva precedute il rombo.
Il rumore di milleduecento zoccoli appartenenti a circa novanta tonnellate di carne lanciate al galoppo sulla strada dell’Avanà.
Una di via di mezzo tra l’effetto causato dall’arrivo degli Unni e le immagini del “Fiume Rosso” di Hawks. Senza John Wayne e senza Montgomery Clift, però.
L’ispettore, cogli occhi fuori dalle orbite, urlava:”Chi è stato?! Cosa succede?! Com’è possibile?!”
Sbavando per la rabbia strattonava gli agenti basiti che assistevano impotenti al rovesciamento dei due cellulari e al calpestamento dell’unica auto di servizio presente, quella dell’ispettore appunto.
La polvere sollevata rendeva difficile capire da dove arrivassero quelle creature cornute e muggenti.
De Gennaro, per non sbagliare, indossò subito il casco ed impugnò il manganello d’ordinanza, anche se era ancora in boxer e canotta.

Che risveglio, ragazzi! Si era addormentato in Val Clarea e si era risvegliato nell'arena di Siviglia nei giorni della Fiesta.
“Chi c’era al cancello dell’Avanà?” chiedeva l’ispettore.
“Quello nuovo, l’agente Manganelli”rispose sicuro il capo pattuglia compiendo una piroetta per evitare di esser travolto da una svizzera da latte.
“Ah, quello trasferito qui per provvedimento disciplinare…PORTATEMELO QUI! SUBITO!”
Intanto Muraro, appoggiato allo stipite della porta della baracca, mormorava: “Stampede…”
“Sta…che?” chiese De Gennaro che non aveva capito bene.
“STAM-PE-DE” sillabò lentamente l’altro.
“E che minchia vuol dire?! Che è?”
“Una fuga di bestiame dovuta ad uno spavento improvviso, come si vede nei film western.”
“E quando mai? L’hai mai visto Bud Spencer tra le vacche? Che cazzo dici Muraro?”
“In quelli americani, non in quelli nostrani…”
Ma il dialogo tra cinefili fu bruscamente interrotto.
Una trentina di vacche impazzite aveva deciso di incornare proprio la baracca in cui si trovavano i due agenti. Che non ebbero altra alternativa che cominciare a correre per allontanarsi prima che fosse calpestata da quelle furie.
stampede2.jpg
“Vaffan…!!” ebbe appena il tempo di gridare De Gennaro “Ci avessero almeno lasciato il vecchio posto di comando per dormire…quello era in muratura!”. Poi, dopo aver piroettato su sé stesso come un torero per evitare di essere incornato da un bolide da diversi quintali, aggiunse: “Quel cazzo di museo dovevano rimetterci…che poi tanto non ci può andare nessuno perché è nella zona recintata!”
Senza smettere di correre, Muraro puntualizzò:”Sì, ma Governo e Ministero hanno voluto dare un segnale di riappacificazione con...”, rapido dribbling tra due vitelli”…la popolazione locale..”
La polvere ormai offuscava tutto. Si vedevano ombre di manzi, di vacche e di umani incrociarsi tra di loro caoticamente, mentre la voce dell’ispettore continuava a sovrapporsi alla cacofonia infernale di muggiti, imprecazioni e bestemmie.
Come Lucifero al centro della Caina, l’ispettore continuava ad agitarsi scompostamente, urlando: “Dov’è Manganelli? Portatelo qui! Fermate queste bestie! Fate qualcosa!!”
Sì, fate qualcosa…chi agitava la giubba d’ordinanza come se fosse una muleta, chi cercava di aggrapparsi alle corna delle vacche più piccole, chi manganellava la schiena di qualche quadrupede lanciato in corsa…ma, risultati, zero. Rien. Nulla, la mandria non voleva intendere di fermare la propria catastrofica corsa attraverso il cantiere.
Continuando a correre in tondo, intorno alla mandria che ormai galoppava in circolo, Muraro il colto guardò De Gennaro e, ridendo, disse:”Cazzo, sembriamo Paolo e Francesca trascinati dal vento…”. De Gennaro, senza smettere di correre e saltare ostacoli, lo guardò:”Che minchia dici…chi so’ ‘sti Paolo e Francesca?” “Niente, niente, mi è venuto così…”
Scatto, salto, dribbling, una manata sulla schiena di una vacca a sinistra, scapicollamento di una betoniera a destra. Avanti, sempre avanti!
stampede 3.jpg
Tra la polvere era, intanto, sbucato anche l’agente Manganelli.
Tutto sudato e trafelato, aveva cercato di coprire il percorso dal cancello automatico al cantiere alla stessa velocità della mandria. Senza riuscirci.
L’ispettore lo aggredì:”Che cazzo hai fatto, Manganelli? Che cazzo è successo? Ti spedisco in Libia ad addestrare i miliziani di Al Qaeda che vogliono diventare agenti di polizia!!”
“Mi scusi ispettore, ma mentre facevo uscire i camion che portavano via la spazzatura, sono arrivate queste vacche. Alcune si sono infilate nel cancello e io ho cercato di fermarle. Prima con il manganello e poi, quando sono aumentate, sparando per aria…è stato lì che hanno cominciato a correre tutte insieme.”
“Manganelli, sei un asino, un idiota fatto e rifinito, sei…”
Erano comparsi all’improvviso quattro montanari con i loro cani che, rapidamente, cominciarono a radunare il bestiame e a calmarlo.
“E voi chi siete?!” sbraitò l’ispettore.
Rispose il più anziano: “Soma marghé e a son scapame le vache”.*

* Siamo pastori e ci sono scappate le mucche (in dialetto piemontese, però, “son scapame le vache” significa anche "ho/abbiamo perso la pazienza, mi son/ci siamo rotto/i i coglioni di qualcosa o qualcuno")

(3 – continua)

da CarmillaOnLine

domenica 3 febbraio 2013

per i fan di Quentin Tarantino e non solo...: Django Unchained



Un western spaghetti come non lo avete mai visto. Tante citazioni ed ironia in un film pieno di personaggi scritti ed interpretati alla perfezione




Regia: Quentin Tarantino - Cast: Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, James Remar, Kerry Washington, Don Johnson, James Russo - Genere: Western, colore, Produzione: USA, 2013 - Distribuzione: Warner Bros Italia - Data di uscita: giovedì 17 gennaio 2013.

Ammettiamolo: dopo un successo di pubblico e critica come “Bastardi senza gloria” girare un film che fosse all’altezza non era cosa facile. La speranza da parte dei fan c’era, ma lo scetticismo pure. Quentin Tarantino è riuscito a stupire tutti.
Con “Django Unchained” supera se stesso raccontando ancora una volta la storia dal suo punto di vista. Con questo film il regista del Tennessee omaggia finalmente il genere che più gli è a cuore: quello dello spaghetti western da cui provengono alcuni dei suoi registi più amati come Sergio Leone e Sergio Corbucci, autore del “Django” originale, quello del 1966, a cui Tarantino fa l’occhiolino nel titolo e nella scena in cui fa interpretare una piccola parte a Franco Nero, protagonista di quel “Django” cult.
Il Django di Tarantino è uno schiavo di colore (Jamie Foxx), acquistato dal Dr. Schultz (Christoph Waltz), ex dentista tedesco convertitosi in cacciatore di taglie, sulle tracce di tre fratelli ricercati di cui Django è stato schiavo ed è in grado di riconoscere. Riscossa la taglia sui tre banditi, Schultz decide di liberare Django ed aiutarlo nela ricerca di sua moglie Broomhilda, anch’ella schiava.
Una pellicola che vuole riaprire il dibattito sullo schiavismo e sul razzismo nei confronti degli afro-americani attraverso un percorso mai visto prima, tutto proprio di Tarantino. Se avete visto ed amato “Bastardi senza gloria”, “Django Unchained” vi farà impazzire in quanto ne riprende molti aspetti. Anche in questo caso il regista porta in scena una storia di vendetta e di rivalsa dei deboli e delle vittime; anche in questo caso per farlo utilizza la tagliente arma dell’ironia.
Una sceneggiatura perfetta, come quelle che solo Tarantino sa scrivere, è la solida base di questo western tutto costruito su dei personaggi pensati ed interpretati meravigliosamente. Jamie Foxx è un Django tenebroso, dal passato duro e sofferto, ma con gli occhi pieni di fuoco per la voglia di vendetta e la speranza di un futuro diverso; Christoph Waltz non delude ed interpreta il suo King Schultz al pari del ruolo che gli valse l’Oscar nel 2010, quello del colonnello Hans Landa in “Bastardi senza gloria”: schietto, razionale, studiato, sembrerebbe impenetrabile eppure fin da subito scorgiamo una grande sensibilità ed emotività nel suo cuore. Leonardo DiCaprio interpreta brillantemente il crudele proprietario terriero Calvin Candie, mentre gli fa da servitore un Samuel L. Jackson invecchiato per vestire la furba, odiosa, polemica, arrogante personalità di Stephen.
“Django Unchained” è il film più lungo girato da Quentin Tarantino, ma i suoi 165 minuti sembrano scivolare via veloci grazie all’alta compartecipazione che il regista richiede al suo spettatore. Non si può guardarlo passivamente questo film, anzi siamo quasi costretti ad essere attivi durante la visione perché la pellicola cambia continuamente i propri parametri e così l’audience è incessantemente chiamata a modificare le proprie aspettative. Ci si chiede cosa accadrà dopo, come agiranno i personaggi o perché abbiano agito in una certa maniera: domande dalle quali non c’è un attimo di pausa e che non trovano una risposta sola ed univoca.
Dai temi dell’originale “Django” ed altri film western alle bellissime musiche scritte dal mitico Ennio Morricone per finire con “Ancora qui” interpretata dalla nostra Elisa: la colonna sonora sembra racchiudere tutto il carattere di questo film, che mischia tradizione ed innovazione, guarda al passato portando una bella quantità di novità sullo schermo. Pistole, cavalli, cappelli da cowboy: sì, è un vero e proprio western, ma soprattutto è una storia universale che parla di riscattarsi, battersi per ciò in cui si crede, vincere i propri draghi, le proprie paure, trovare il proprio valore. Ecco perché all’interno del film stesso si paragona Django a Sigfredo: per rendere il personaggio protagonista di una storia leggendaria. Django non è solo uno schiavo che cerca di riprendersi ciò che gli è stato tolto, è un uomo che combatte per la propria libertà, è l’eroe per eccellenza, quello narrato in ogni storia di ogni popolo di qualsiasi parte del mondo.


Corinna Spirito su www.ecodelcinema.com

Là nella valle: 2/ Domande
di Sandro Moiso

domanda 1.jpg
“De Gennaro, testa di cazzo! Fassino lo vuole! Monti lo vuole! Napolitano lo vuole!! Dio lo vuole!!! Che cazzo di domande fai?!”
Ecco, la domanda sbagliata, fatta al momento sbagliato alla persona sbagliata.
“Mi scusi Signor Ispettore, ma cosa ci stiamo a fare qui? Non viene nessuno a lavorare e da mesi non si vede nessun che assomigli, anche lontanamente, a un black block o ad un altro possibile sovversivo.”
L’agente scelto De Gennaro aveva posto il quesito al superiore, responsabile per il servizio d’ordine nell’area del cantiere.
Quella era stata la risposta. La stessa che l’ispettore, ora incazzatissimo, aveva ottenuto dai superiori quando gliela aveva posta dopo due mesi e mezzo di turno.
“Se ne torni al cantiere Ispettore, non sono affari suoi. Non si preoccupi e ci trovi qualche sovversivo da segnalare alle ministre.”
Sì, vallo a trovare un sovversivo.
Qui, dove le leggende poliziesche narravano della più alta concentrazione di terroristi su scala nazionale, non se ne vedeva più uno.
Nemmeno uno con una pietra piccola piccola. Nemmeno un bambino con la fionda.
Qualche vecchio margaro col bastone che accompagnava le vacche o le pecore sì, ma quando l’Ispettore li aveva mandati fuori a fermarne uno, con la scusa che le pecore potevano essere piene di esplosivo, si erano sentiti ridicoli. Più del solito.

“Son an marghé, balengo! Lo sciare nen?”
Come cazzo parlavano gli indigeni di quel posto, poi.
Sarebbe occorsa una guida, un interprete del posto.
Da quando gli ultimi ragazzi se n’erano andati, lì tutti parlavano solo nel loro dialetto.
E chi li capiva? Ma certi sguardi erano inequivocabili, meglio lasciar perdere.
Muraro, in vena di scherzi, aveva chiesto ad alta voce: “E come controlliamo che le pecore non abbiano l’esplosivo dentro? Ci ficchiamo il manganello nel culo?”
Si era sfiorata la rissa col responsabile della pattuglia.
Nervi a fior di pelle, manganelli in pugno e il margaro che si allontanava ridendo.
“Robe da mat, robe da mat!”
Per quella battuta tutti erano rimasti consegnati nell’area per qualche giorno.
Sì, perché, a parte il capo pattuglia e l’ispettore, tutti avevano riso.
E poi si erano precipitati a dividere i due prima che venissero alle mani.
“Uno spettacolo ignobile, indecente, da terzo mondo!” aveva sbraitato l’ispettore, prendendosela anche con il capo pattuglia.
Sì, il terzo mondo…invece a Genova si erano comportati da cittadini modello, da agenti evoluti.
Sì, Robocop. Come in quel film strano con il poliziotto con il cervello trapiantato in un androide.
Bello, libertà d’azione: pesta, picchia, manganella, spara! Che goduria!
L’agente scelto De Gennaro ogni volta che pensava alla Diaz e a Genova sentiva un certo non so che. Un richiamo erotico, il richiamo della foresta. Grande!
domanda 2.jpg
Lì, invece, nulla da fare. Niente assalti, niente cariche, niente di niente.
Al massimo bisognava stare attenti agli oggetti che piovevano dall’alto dei viadotti.
Inizialmente si era pensato che i soliti estremisti fermassero le auto all’altezza del cantiere per poi bombardarlo dall’alto. Perciò l’ispettore aveva inviato sei agenti sul viadotto per deviare il traffico sulla corsia esterna rispetto al cantiere, ma dopo che, nei giorni delle partenze intelligenti, si era creata una coda di auto lunga diversi chilometri il tutto era rientrato (sotto una pioggia di minacce da parte dei superiori).
“Ispettore, ma che fa? Vuole bloccare il turismo tra Italia e Francia? Vuole inimicarsi anche gli albergatori dell’alta valle? Lasci perdere…immediatamente!”
Così la pioggia di oggetti era continuata: bottiglie di birra vuote lanciate da camionisti stanchi ed accaldati; pannolini sporchi di infanti rapidamente cambiati in auto; carte unte di panini coi pomodori secchi sott’olio e di pizzette; bottiglie d’acqua minerale di plastica e di vetro e lattine vuote di ogni colore, forma e dimensione.
Gli oggetti che avevano dato più da pensare a De Gennaro erano stati, nell’ordine: due preservativi usati di fresco, un paio di slip femminili e un paio di boxer da uomo.
“Ma che cazzo fanno questi mentre viaggiano?” ruggiva mentre parlava con i colleghi, ma, dentro di sé, avrebbe voluto esserci lui su quelle orgiastiche automobili che passavano sulla sua testa.
Ci fosse stata almeno un’agente donna tra di loro…Invece no, solo maschi. Che sfiga!
Intanto però, nonostante i turni di pulizia, il cantiere presidiato stava diventando la più grossa discarica di rifiuti della valle.
Già i cessi chimici stracolmi ed inutilizzabili costituivano un problema, ma con tutta quella spazzatura che pioveva dall’alto ora occorreva starsene con il casco in testa quasi tutto il giorno.
Anche mentre si andava dietro ad un cespuglio per soddisfare le più elementari necessità corporee.
domanda 3.jpg
Muraro, sempre in vena di scherzare, se ne andava in giro continuando a ripetere con un tono di voce basso, ma perfettamente udibile, quel vecchio slogan, quello che iniziava con “Hai scelto un bel mestiere...” e finiva con “mestiere di merda…”. Facendo innervosire l’ispettore e il capo pattuglia.
“Muraro piantala, se no ti faccio trasferire!!”era la minaccia.
Mentre Muraro si limitava ogni volta a rispondere “Magari!”
Insomma, si era instaurato proprio un bel clima tra di loro: collaborativo, rilassato, costruttivo.
Le eccellenze di Genova che la Ministra aveva difeso in occasione del processo, si ripetevano lì, tali e quali. Mancavano solo i manifestanti da reprimere dopo aver ingoiato un bel po’ di merda disciplinare prima di avviare i pestaggi. Ci si era sfogati andando a fracassare a colpi di manganello i cartelli che li irridevano, lasciati sulle griglie di protezione dopo l’ultima manifestazione, ma questo, ormai, era successo mesi prima.
Poi, una mattina, alzando gli occhi verso il viadotto, De Gennaro aveva visto qualcosa che sfuggiva ad ogni regola, ad ogni legge della fisica. Aveva chiamato gli altri, era corso lì anche l’ispettore con la barba fatta a metà, ed erano rimasti tutti a bocca aperta, con lo sguardo fisso verso l’alto.
Celerini Go Home/A casa, sciò! Era scritto sulle loro teste, con la vernice rossa e a caratteri cubitali, sotto il pavimento delle corsie del viadotto autostradale.
“Minchia...ma chi è stato? L’Uomo Ragno?!” furono le prima parole di Muraro.
“Uomo Ragno un cazzo, Muraro! Quelli continuano a rompere le palle, ma noi andremo a cancellarla!” Fu la risposta pronta, decisa, virile del capo pattuglia.
Si rischiò in quel momento il primo ammutinamento all’interno di un reparto mobile di pronto intervento. Non si contarono i “Vaffan…” e le altre oscenità, nemmeno troppo mormorate.
domanda 4.jpg
L’ispettore, temendo il peggio, intervenne “No, no, state calmi. Voleva dire che faremo intervenire qualche ditta per farla ripulire. Lo si fa normalmente per cancellare i graffiti che insozzano gli edifici pubblici”. Così le acque si calmarono.
Ma quando il responsabile dell’ordine pubblico nel cantiere espose il problema e la richiesta presso i superiori, la risposta fu: “Ispettore, ma lo sa quanto costerebbe un intervento del genere? Operai, automezzi, gru, impalcature…ma non ci faccia ridere! Qui non ci sono più soldi! La spending review, dove la mette la spending review?! Lasci perdere.”
Per una volta, però, ebbe il coraggio di controbattere:”Ma qui il morale degli uomini è basso e quella scritta non aiuta…” Fu prontamente interrotto:”La scritta è in alto e gli uomini sono in basso. Il dovere degli agenti e delle forze dell’ordine è di guardare le cose terrene, non l’alto dei cieli. Ordini agli uomini di guardare avanti, sempre avanti!”
“Avanti ‘sto cazzo…” ma questo l’ispettore lo tenne per sé: “ Agli ordini, sarà fatto!”
(2 - continua)

da CarmillaOnLine